Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un’autoetnografia moreCharlie Barnao & Pietro Saitta (2012) Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un’autoetnografia, "I quaderni del Cirsdig", n. 50, Messina: Cirsdig. |
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Sociology Of Deviance, Sociology of Crime and Deviance, Critical Criminology, Ethnography, Autoethnography, Military Culture and Structure, Sociology of the Military, Anthropology of Police & Policing, and Police
C.I.R.S.D.I.G
Centro Interuniversitario per le ricerche sulla Sociologia del Diritto, dell’informazione e delle Istituzioni Giuridiche Quaderni della Sezione: Comunicazione www.cirsdig.it
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MESSINA Facoltà di Scienze Politiche Dipartimento di Economia, Statistica, Matematica e Sociologia “Pareto”
Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un’autoetnografia
Charlie Barnao Pietro Saitta
Working Paper n.50
CIRSDIG – Working Paper n. 50
Il Centro interuniversitario per le Ricerche sulla sociologia del diritto, dell’informazione e delle istituzioni giuridiche (C.I.R.S.D.I.G.) con questi working paper intende proporre i risultati dei lavori svolti nell’ambito delle ricerche sia metodologiche che applicative nel campo della sociologia del diritto, dell’informazione e delle istituzioni giuridiche. Tale centro è stato costituito dalle Università di Messina e di Macerata al fine di stimolare attività indirizzate alla formazione dei ricercatori ed anche per favorire lo scambio d’informazioni e materiali nel quadro di collaborazioni con altri Istituti o Dipartimenti universitari, con Organismi di ricerca nazionali o internazionali. I paper pubblicati sono sottoposti ad un processo di peer-reviewing ad opera di esperti internazionali. Direzione scientifica: proff. D. Carzo e A. Febbrajo.
Comitato scientifico dei “Quaderni del Cirsdig” Prof. Larry Barnett, Widener University (USA) Prof. Roque Carriòn-Wam, Università di Carabobo (Venezuela) Prof. Domenico Carzo (Università di Messina) Prof. Alberto Febbrajo (Università di Macerata) Prof. Mauricio Garcia-Villegas, Università Nazionale di Bogotà (Colombia) Prof. Mario Morcellini (Università di Roma “La Sapienza”) Prof. Edgar Morin, École des Hautes Études en Sciences Sociales (France) Prof. Valerio Pocar (Università di Milano “Bicocca”) Prof. Marcello Strazzeri (Università di Lecce)
Comitato redazionale:
Maria Rita Bartolomei (Università di Macerata) Marco Centorrino (Università di Messina) Roberta Dameno (Università di Milano Bicocca)
Pietro Saitta (Università di Messina) Angelo Salento (Università di Lecce) Elena Valentini (Università di Roma “La Sapienza”) Massimiliano Verga (Università di Milano Bicocca)
Segreteria di redazione: Antonia Cava (Università di Messina) Mariagrazia Salvo (Università di Messina)
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Abstract
The present article focuses on the learning of aggression in a “total institution” within the Italian army – namely, an elite corpse of paratroopers called Folgore. The extremely violent training and rituals of this group can be seen as both symbolic and particularly representative of the ideal model pursued within the army, and the armed forces in general. The central hypothesis of the work is that the learning of aggression within the military institution is wanted and controlled, being necessary and functional for the purposes of the military institution itself. Based on an autobiographic ethnography, main rituals and practices in the everyday life of the squad are described and analyzed by making conceptual references to the notions of rites of passage, rites of institution, and the psychological behaviourist learning model. Moreover, the authors argue that Italy is witnessing the transmission of practices and ideologies from the military to the police – thus producing a blend which makes the custom between war and peace ever more blurred. Il presente articolo indaga le modalità di apprendimento della violenza all’interno di una “istituzione totale” e di un corpo d’elite dell’esercito italiano: la Folgore. L’addestramento e i riti estremamente violenti di questo gruppo possono essere considerati simbolici, oltre che particolarmente rappresentativi, di un modello ideale perseguito dall’esercito e dalle forze armate in genere. L’ipotesi centrale presentato nel lavoro è quella per cui l’apprendimento dell’aggressione dentro le forze armate è voluta e controllata, essendo funzionale ai fini di queste stesse istituzioni. Attraverso un’etnografia autobiografica e il riferimento alle nozioni di rito di passaggio, rito di istituzione e, infine, al modello comportamentista di apprendimento, vengono descritti e analizzati i principali riti e le pratiche quotidiane di un reparto di paracadutisti. Gli autori sostengono inoltre che in Italia si stia assistendo alla trasmissione di pratiche e ideologie dall’esercito alla polizia, producendo una commistione che rende il confine tra guerra e pace sempre più confuso.
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Indice
1. Introduzione, pag. 5 2. Metodo e studio di caso, pag. 8 3. Culture militari e riti di passaggio, pag. 10 3.1 La fase preliminare: destabilizzare e uniformare, pag. 11 3.2 La fase di transizione: viaggio nella terra di nessuno, pag. 12 3.3. La fase di aggregazione: un vero parà, pag. 14 4. La pompata, pag. 16 4.1 Definizione ed esecuzione, pag. 17 4.2 Tipologia della pompata, pag. 18 5. La personalità autoritaria e fascista, pag. 20 6. Conclusioni, pag. 21 Riferimenti bibliografici, pag. 25
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1. Introduzione l presente articolo intende contribuire alla conoscenza degli intrecci tra guerra e pace nelle democrazie contemporanee a partire da uno studio di caso condotto in Italia. Il processo di addestramento e costruzione di personalità autoritarie e fasciste così come si compie in un reparto d’elite delle forze armate italiane – quello dei paracadutisti della “Folgore” – costituirà lo spazio privilegiato per osservare non soltanto la formazione di un particolare gruppo di professionisti della guerra, ma anche la cultura e il background di molti di coloro che transitano dalle fila dell’esercito a quello delle forze dell’ordine. Così com’è accaduto ad altri paesi europei (Caplow e Venesson 2000), a partire dagli anni Ottanta l’Italia ha conosciuto una profonda trasformazione della propria struttura militare e di polizia, attraverso: a) l’impegno crescente nelle missioni internazionali; b) l’abolizione del servizio militare di leva e la nascita di corpi militari professionali; c) la creazione di canali privilegiati di passaggio dall’esercito alla polizia per coloro che abbiano prestato da uno a tre anni di servizio militare e, conseguentemente, il significativo ingresso di veterani nelle forze dell’ordine. Queste trasformazioni hanno luogo in quadro più ampio, di violenza organizzata e globale (Kaldor 2007), che vede il consolidarsi sui piani nazionale e internazionale di pratiche talvolta contraddittorie come: a) l’impiego di attacchi preventivi per la risoluzione di controversie; b) l’occultamento della guerra e delle sue vittime civili e militari dietro etichette come quelle di “peacekeeping” o “nation-building” (Segal 1995; Record 2000); c) la privatizzazione della guerra e il suo sub-appalto ad agenzie di mercenari (“contractors”) (Dal Lago e Rahola 2009); d) la militarizzazione de facto delle attività di polizia, attraverso dotazioni tecnologiche di guerra per il controllo delle frontiere e delle mobilitazioni politiche di massa (Bigo e Tsoukala 2008) o le pratiche di controllo del territorio (esemplare in questo senso il
Il lavoro è il frutto delle riflessioni congiunte degli autori. Tuttavia a Pietro Saitta vanno attribuiti i paragrafi 1e 6 e a Charlie Barnao quelli restanti.
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caso italiano, dove esercito e polizia presidiano insieme aree urbane e obiettivi considerati sensibili e/o simbolici); e) il rafforzarsi, ben oltre il livello di guardia, dell’autonomia di alcuni corpi speciali di polizia, come per esempio, a livello europeo, Eurogendfor (Lioe 2011) e, a livello nazionale, la Digos (Della Porta e Reiter 2004). Tali trasformazioni, peraltro qui solo sommariamente elencate, esprimono dunque una doppia conversione: quella poliziesca del militare e quella militare dell’azione di polizia (Dal Lago e Palidda 2010). Una conversione che è probabilmente alla base di una preoccupante sequela di episodi di violenze sanguinarie perpetrate, a partire dagli anni Novanta, da pubblici ufficiali (poliziotti, militari, carabinieri, vigili urbani) ai danni di singoli cittadini o di manifestanti politici in strada, nel corso di dimostrazioni o di fermi di polizia, e in questure, caserme e carceri, oltre che nel corso di missioni militari all’estero. Le cronache – ancor più delle inattendibili statistiche, viziate dagli ambienti chiusi in cui le violenze hanno luogo – hanno, per esempio, reso famoso il caso del G8 di Genova nel 2001. Nei giorni in cui il vertice ebbe luogo si assistette a una delle più notevoli rappresentazioni di quel autoritarismo poliziesco di carattere fascista – e, in fondo, di quella devianza istituzionale – che sono oggetto della nostra trattazione. A manifestazione conclusa, per “divertimento” o “vendetta” da parte delle forze dell’ordine, un autentico massacro notturno a danno di operatori dell’informazione e di altri attivisti inermi venne compiuto all’interno di una scuola usata come quartiere generale dei media e come ricovero per la notte; la polizia costruì inoltre delle false prove per giustificare quell’azione, consistenti in bottiglie incendiarie poste all’interno della scuola al momento dell’irruzione. Negli ospedali e nei centri di detenzione i manifestanti fermati subirono violenze fisiche e psicologiche devastanti, mentre gli agenti li obbligavano a fare il saluto fascista al suono di motivetti come il seguente: “1, 2, 3 W Pinochet; 4, 5, 6 a morte gli ebrei; 7-8-9 il negretto non commuove” (Palidda 2008; Zamperini and Menegatto 2011). Ma non si dovrebbero dimenticare i vigili urbani di Parma e l’arresto del cittadino italo-ghanese Emmanuel Bonsu Foster, ingiustamente accusato di essere uno spacciatore e selvaggiamente pestato e insultato con epiteti razzisti quale “sporco negro, scimmia, etc.”. Degli stupri e delle violenze a sfondo razzista perpetrato dall’esercito italiano in Somalia si è detto molto (Razack 2005). Può essere allora utile menzionare le misteriose fini di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Michele Ferrulli e Christian De Cupis, morti in strada, per le violenze subite presumibilmente nel corso dei fermi di polizia in cui erano incorsi, mentre si trovavano detenuti in cella in attesa di
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processo o colpiti da pallottole esplose gratuitamente da agenti di polizia. E non si dovrebbero dimenticare i violenti riti d’iniziazione praticati per decenni dai membri del Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (Nocs) dell’Arma dei Carabinieri e, in particolare modo, la pratica dell’“anestesia”, consistente nel picchiare il fondo schiena di un commilitone sino al punto di renderlo insensibile, così da applicare un morso profondissimo che squarciasse i glutei da lato a lato (Angeli e Mensurati 2011). Le violenze dei Nocs, rivolte tanto verso l’interno che l’esterno del gruppo, ci rinviano alla “Banda dell’Uno bianca”, composta da poliziotti che per sette anni hanno gratuitamente insanguinato le strade del Centro e Nord Italia – uccidendo 24 persone e ferendone 102 – per ragioni mai veramente chiarite, che avevano tuttavia tra le proprie motivazioni, oltre che il denaro, l’odio per i tossicodipendenti, gli immigrati e i “diversi” in genere; e, forse, anche l’appartenenza alla galassia della destra eversiva, oltre che connessioni con i servizi segreti italiani, tradizionalmente al centro di trame sanguinare all’insegna della “strategia della tensione” (Beccaria 2007). Sempre a proposito di violenze rituali, si potrebbe ricordare la fine, peraltro mai chiarita, dell’allievo paracadutista Emanuele Scieri, trovato morto all’interno della caserma di appartenenza per atti genericamente definiti dalla stampa e dagli inquirenti di “nonnismo”. Queste violenze collettive e individuali ai danni di civili e le torture compiute da pubblici ufficiali italiani nel corso di attività istituzionali in scenari di guerra o di pace ugualmente contrassegnati da uno “stato di eccezione” (Schmitt, 2005; Agamben, 2005) imposto dal mondo politico, dai vertici delle forze armate oppure dai singoli agenti e militari, ci parlano, da un lato, di un’autentica “devianza delle forze dell’ordine” (Magno 2009) e, dall’altro, di una cornice in cui gli oppositori appaiono spesso come una “minaccia biologica” la cui eliminazione fisica costituisce un’opzione plausibile (Palidda 2010, 125). Malgrado le retoriche su una polizia ed un esercito “di prossimità” (Segal 2001; Van den Herrewegen 2010), razzismo, “rambismo” e “proattivismo” caratterizzano, di fatto, il modo di “fare polizia” e imporre l’ordine in un numero di paesi (Palidda 2000; Terrill and Resig 2003; Duràn 2009). Si tratta di un processo che va letto soprattutto – anche se non unicamente – nell’ottica di un “control by organisation” (Van Doorn 1969) delle forze armate, consistente in una relazione diretta di queste ultime col potere politico e nella percezione da parte degli operatori di una sostanziale convergenza tra le loro pratiche e la volontà “democratica” incarnata dai vertici delle istituzioni statali. Ciò appare particolarmente vero se si considera che l’Italia è stata governata per oltre un decennio da forze apertamente xenofobe e devote all’ideologia della “tolleranza
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zero”, almeno con riferimento ai crimini dei poveri (Maneri 2001; Saitta 2011). Anche se, in realtà, il securitarismo sembra essere da tempo un’ideologia trans-politica e trasversale a cui, con gradualità differente, aderiscono sia i governi di destra che di sinistra (Wacquant 1999). A partire da queste osservazioni – opposte alle retoriche ricorrenti sul ruolo delle forze armate nel garantire astratte nozioni di neutralità, sicurezza, accesso ai diritti e rispetto della democrazia – il presente articolo rifletterà sui modi di riproduzione ed espansione di una cultura professionale militare dentro i corpi armati: ossia sul processo attraverso cui, per mezzo dell’addestramento, si costruiscono personalità autoritarie e, nel caso italiano, semi-apertamente fasciste ed anche attitudinalmente “pretoriane” in ragione della professionalizzazione stessa (Born 2006). La scelta di discutere di un corpo d’elite quale la Folgore va intesa come una strategia metodologica (Katz 2002; Bennett and Elman 2006) tesa ad impiegare uno scenario “iperbolico” – in cui pratiche radicali, tic e atteggiamenti mentali sono ostentati e incoraggiati – per abdurre gli elementi sottostanti alla gestione quotidiana del controllo in scenari di crescente commistione tra guerra e pace.
2. Metodo e studio di caso
Caserma Lamarmora, Siena, 12 aprile 1994 Entro al refettorio con Lazzaro e lui mi invita a sedermi al tavolo degli anziani. Non mi sarebbe permesso ma lui è uno di quelli appena tornati dalla Somalia ed è molto rispettato. Siedo al tavolo con Lazzaro e gli altri “somali”, interessato ai loro racconti da “reduci”.2 Di fronte a me c’è il paracadutista Tamburello. È piccolo, tozzo e ha lo sguardo cattivo. Si dice che sia stato uno di quelli che ha ucciso di più in Somalia. Lazzaro inizia a raccontare dei pattugliamenti notturni fatti dalla squadra NBC [Nucleare Biologico Chimico] in Somalia. Racconta della sensazione di paura che aveva prima di uscire dall’accampamento e di come quella sensazione gli scomparisse per incanto dopo avere inserito il colpo in canna al suo SCP 70/90 e avere acceso lo spinello di rito3. Racconta che quando dovevano posteggiare l’RVM [automezzo militare] per l’appostamento in una zona buia, prima sparavano per “fare pulizia”, poi andavano ad appostarsi. Poco importava se così rischiavano di colpire dei civili
Il riferimento è relativo al rientro dei parà italiani dalla Somalia al termine di una missione di peacekeeping (Missione Ibis, dicembre 1992-marzo 1994) 3 Nonostante il regolamento dei paracadutisti nelle caserme italiane sia severissimo contro chi fa uso di droghe – anche leggere – durante le missioni all’estero vige un forte permissivismo per l’uso di hashish e marijuana. Ci si può facilmente immaginare l’effetto esplosivo che hanno tali sostanze su soldati che girano tutto il giorno con il colpo in canna. Per ulteriori e simili testimonianze, Battistelli (2001).
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inermi. A quell’ora c’era il coprifuoco. I civili avrebbero dovuto stare a casa. I “somali” continuano il loro “giro” di esperienze e di ricordi da reduci. Parlano con orgoglio di stupri e di pestaggi fatti per rappresaglia nei confronti della popolazione nemica, composta sostanzialmente da “sporchi negri”. Non mi stupisce il loro manifesto razzismo nei confronti della popolazione che, almeno in teoria, erano andati ad aiutare. E’ da tempo che mi preparo e addestro per partire per la Somalia, e tutti i discorsi che ho sentito fare ai miei “commilitoni” e agli ufficiali sulla popolazione somala sono sempre stati nei termini di un profondo disprezzo per i somali. Quando chiesi a un sottufficiale perché volesse partire per una “missione di pace” in favore di un popolo che odiava, mi rispose che lo faceva per soldi e anche “per poterne uccidere qualcuno”.
Quello che precede è un brano, tratto dal diario del servizio militare (settembre 1993-settembre 1994) svolto nella brigata “Folgore” da parte di uno degli autori del presente articolo. Il diario, tenuto quasi quotidianamente, ha riguardato tutto l'anno di servizio militare (primi due mesi alla Caserma addestrativa dei Paracadutisti a Pisa e mesi successivi al 186° RGT paracadutisti di Siena) ed ha costituito la base su cui si sono sviluppati i metodi di indagine utilizzati nel presente lavoro: autoetnografia (Spry 2001; Muncey 2005; Holman Jones 2008) e interviste in profondità con testimoni privilegiati. L'osservazione, quindi, ha riguardato principalmente l'esperienza vissuta all'interno della “Folgore”, la più grande unità di paracadutisti dell'esercito italiano, “fiore all'occhiello” delle forze armate, che ospita al suo interno anche l'unico reparto di forze speciali italiane abilitate alle operazioni non convenzionali in territorio nemico. La Folgore ha origini nel ventennio e la sua storia è legata a quella di un fascista di primissimo piano: Italo Balbo. Oggi questo corpo è composta da sei reggimenti impiegati nelle più delicate missioni all'estero e in territorio nazionale. In particolare il 186° RGT (quello all'interno del quale si è svolto l'anno di servizio descritto dal nostro diario) è stato impiegato negli ultimi anni per missioni estere in Libano (1983-1984; 2007), Iraq (1991), Somalia (1993), Bosnia (1999), Albania (2000), Kosovo (2004; 2005), Afghanistan (2009). Per quanto riguarda le missioni in territorio nazionale il 186° RGT ha svolto missioni di sicurezza in Calabria (1990), Sicilia (1992), in occasione del G8 di Genova (2001), occupandosi anche della sicurezza dell'Air One durante la visita del presidente Bush (2001). Oltre che sull'anno del servizio militare, il presente studio si è basato su alcuni “ritorni sul campo” (negli anni: 2000, 2001, 2007, 2008, 2009) conseguenti alla pubblicazione parziale del diario. In seguito alla pubblicazione di alcune parti del diario che descrivevano episodi di violenza nell'ambito delle pratiche addestrative quotidiane, infatti, nel 1999 è stato aperto dalla 9
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Procura militare italiana un procedimento penale nei confronti di soggetti ignoti in ordine al reato continuato di violenza contro inferiore e ingiuria a inferiore continuata. Il procedimento (conclusosi con l’archiviazione) ci ha permesso di “incrociare” le informazioni contenute nel diario con altre raccolte negli anni successivi, attraverso contatti con la procura militare, analisi del contenuto di interrogatori, colloqui con paracadutisti ed exparacadutisti protagonisti del testo pubblicato. I dati rilevati attraverso l’osservazione partecipante si sono, inoltre, intrecciati con quelli rilevati attraverso 15 interviste in profondità a testimoni privilegiati: militari, ex-militari, rappresentanti delle forze dell'ordine. Tali interviste hanno permesso di attualizzare il contenuto del diario e di verificare se ci fossero connessioni, ed eventuale continuità, tra il modello addestrativo perseguito nella Folgore e quello di altri reparti dell'esercito e di settori e ambienti delle forze dell'ordine.
3. Culture militari e riti di passaggio Sono numerosi gli studi che si sono occupati della vita di caserma considerandola come un’istituzione totale all’interno della quale si sviluppa un sistema di pratiche, regole comportamentali e valori di riferimento specifici di una cultura militare (Shils e Morris 1975; King 2006). Ciò che tentiamo di fare è in questa sezione è di interpretare le diverse fasi che caratterizzano il processo di risocializzazione dell’attore quando entra in caserma, nei suoi processi interazionali all’interno del gruppo primario (Siebold 2007). Per fare ciò utilizziamo la strumentazione concettuale sui riti di passaggio proposta da Van Gennep (1908). La socializzazione militare (o, meglio, la risocializzazione) è caratterizzata, infatti, da diversi riti di passaggio. Riti, cioè, che accompagnano l’attore nel passaggio dalla sua vita civile, fatta di valori, status e ruoli, a quella militare. Secondo Van Gennep, i riti di passaggio presentano una struttura costante. Il passaggio da uno status ad un altro, secondo l’antropologo, segue in genere uno schema caratterizzato da tre fasi successive: separazione, transizione e aggregazione. Anche i riti di passaggio del servizio militare presi in considerazione possono essere suddivisi in tre fasi che, durante il servizio di leva, possono essere ordinate in ordine cronologico: una fase preliminare (o di separazione), una fase di transizione (o di margine) e una fase di aggregazione.4
Per un approfondimento sui riti di passaggio all’interno delle truppe paracadutiste si veda: Winslow (1999).
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3.1 La fase preliminare: destabilizzare e uniformare Nella fase preliminare o di separazione una persona abbandona la posizione e le forme di comportamento precedenti (Van Gennep 1908). È la fase dell’azzeramento delle abitudini precedentemente acquisite e dell’orizzonte valoriale e normativo precedentemente appreso. Tutto ciò avviene anche con una serie di atti rituali che, nel caso del servizio di leva nei paracadutisti, riguardano l’accoglienza alla stazione dei treni, l’entrata in caserma, i primi giorni di vita di caserma da parte dell’“allievo paracadutista”.
Caserma SMIPAR, Pisa, 20 settembre1993 [...] Alla stazione dei treni c'erano dei paracadutisti in divisa ad aspettarci. Ci hanno raggruppato (tra di noi c'era gente che veniva da tutte le parti d'Italia) e ci hanno fatto inquadrare vicino al pullman[...] Ci hanno spiegato cosa si poteva portare e cosa non si poteva portare in caserma e poi hanno iniziato a perquisire alcuni di noi (borse comprese). Poi ci hanno portato in caserma. L'arrivo un po' traumatico... All’entrata in caserma c'era un gruppetto di paracadutisti che hanno iniziato a urlarci in coro “benvenuti all’inferno!”. Lo stesso facevano altri affacciati alle finestre di alcune camerate.
Destabilizzare e uniformare. Sono queste due le parole che possono sintetizzare l’esperienza dei primi giorni, attraversati da una serie di rituali i quali, più che indicare ai nuovi arrivati delle nuove regole da seguire, puntavano evidentemente a cancellare valori, status e ruoli della “vita da civile”. La violenza verbale, fisica e psicologica dei primi giorni in caserma si compone di ordini urlati, annullamento di qualunque individualità, azioni imposte dai superiori in modo apparentemente illogico e per ragioni incomprensibili. Il taglio di capelli e la cosiddetta vestizione erano azioni che sancivano in modo definitivo la separazione del giovane allievo paracadutista dal vecchio status e dalla precedente cultura. Il taglio di capelli era rigorosamente “a lampadina” (lunghezza uniforme con capelli molto corti ma non “a zero”) e uguale per tutti. La vestizione avveniva con la distribuzione di abbigliamento militare e con consegna di capi di taglia e misura sbagliata. In questa maniera, oltre ad uniformare si sottolineava ulteriormente la fase incertezza e di mancanza di punti di riferimento: regole, valori precedentemente acquisiti, tutto era messo in discussione, tutto era incerto. Perfino la taglia dei vestiti non era più la stessa. Nei primi giorni venivano concessi pochi minuti per mangiare,
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pochi per lavarsi, nessuna possibilità di fare la doccia in caserma durante la prima settimana, nessuna possibilità di libera uscita. Ma l’atto rituale che, in questa fase preliminare, più di ogni altro sancisce, da una parte, la separazione e, dall’altra, la volontà di chi gestisce il percorso educativo degli allievi paracadutisti di fare perdere loro qualunque punto di riferimento, è il rituale del ribaltone. Si tratta di una pratica gestita direttamente dagli istruttori paracadutisti che ha luogo dopo i primi durissimi giorni in caserma. Quando, cioè, dopo il tremendo impatto, l’attore sociale inizia ad intravedere “un barlume di luce”, trovando conforto nella relazione con gli attori che hanno la branda vicino alla sua e iniziando a costituire il gruppo primario. Si inizia a parlare, condividere le esperienze e le difficoltà e fare amicizia. È in questo momento che, all’improvviso, viene imposto dagli istruttori il cosiddetto ribaltone. A tutti i nuovi arrivati è chiesto di cambiare – secondo una disposizione apparentemente causale, ma controllata e gestita direttamente dagli istruttori – posto di branda e, talvolta, camerata. Normalmente si finisce molto distanti da coloro con cui si era iniziato a intrecciare quelle relazioni sociali che, in un certo senso, davano un inizio di stabilità relazionale dopo la violenza e l’incertezza dei primissimi giorni. Il ribaltone “uniforma” perché porta in modo casuale ad una nuova disposizione che fa ripartire tutti da zero e che cancella, come abbiamo detto, ogni embrione di stabilità relazionale. La nuova disposizione nelle brande sarà quella che durerà per tutto il periodo del cosiddetto “corso palestra”: il periodo, cioè, in cui si resta nella caserma di addestramento in qualità di “allievi paracadutisti” prima di avere assegnato un incarico ufficiale (autista, magazziniere, fuciliere assaltatore, mortaista, cuoco, ecc.) e di essere trasferiti in un’altra caserma. Durante il periodo di addestramento del “corso palestra” ci si addestra e si viene ulteriormente selezionati per prendere il brevetto di paracadutisti. Si entra cioè nella fase di transizione o di margine del rituale di passaggio
3.2 La fase di transizione: viaggio nella terra di nessuno Nella fase di transizione o di margine il soggetto non è né da una parte né dall’altra: si trova in uno spazio intermedio fra lo stato di partenza e quello di arrivo. Van Gennep affermava che coloro che si trovano “sulla soglia” possono essere mascherati da mostri o essere del tutto nudi. In caserma, si entra in quella fase in cui si è chiamati “mostri”, “spine”, “rospi”, ecc. Tra i paracadutisti questa fase dura finché non si ottiene il brevetto di paracadutista e, come dicevamo, finché non si finisce il primo periodo di
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addestramento al termine del quale si otterrà l’incarico che verrà svolto fino alla fine del servizio militare. L’appellativo più usato per indicare l’allievo paracadutista in questa fase è quello di “mostro”. Si è “mostri” perché si è vestiti con vestiti dalle taglie sbagliate, con baschi troppo grandi o troppo piccoli, con divise che deformano. Si entra in quella terra di nessuno in cui non si è né carne né pesce, né civili né militari, né fanti né paracadutisti. È una fase molto dura da un punto di vista fisico, psicologico, sociale. Sentiamo a questo proposito la descrizione fatta a quasi due mesi dall’entrata in caserma:
Caserma SMIPAR, Pisa, 3 novembre 1993 Sono nervoso, irascibile, cerco la rissa, ma poi penso che sto sbagliando tutto e mi dispiace. Mi dispiace di attaccare; ma come fare a restare indifferenti, come fare a restare nell’ombra e non essere mai attaccato? Tutti hanno qualcosa da offrire, ma per ora non sono predisposto ad avere niente dagli altri […]. I primi due mesi: duri, durissimi. Addestramento formale severo, talvolta spietato. Caporalismo, niente branda durante il giorno, tempo libero zero, prima doccia dopo una settimana, più tante tante ingiustizie e umiliazioni […]. Cercano di condizionarti in ogni modo; ti trattano male, ti umiliano, vogliono farti diventare cattivo. Forse il loro obiettivo è giusto. Forse è giusto come è giusta talvolta la guerra. Ma con me non ci riusciranno. Non voglio cambiare solo per vivere meglio in questo anno di militare. Molti sono già diversi. C’è chi si è spezzato dopo pochi giorni: chi chiedendo il trasferimento in un altro reparto, chi impazzendo come ha fatto Alberto, il veneziano. Io non so ancora né cosa sono né cosa sarò. Certo è che non voglio diventare più cattivo, ma solo più duro. Non voglio subire troppe umiliazioni, non voglio sopportare troppo, altrimenti diventerei come mi vogliono loro: una bomba innescata, pronta a esplodere in qualunque momento.
Affidarsi può essere considerata la parola chiave di questo periodo. È questo ciò che sembra venga richiesto/imposto dagli istruttori agli allievi paracadutisti. È una fase in cui le relazioni tra commilitoni non sono regolate da norme chiare. Unico punto di riferimento è il caporale istruttore, ossia colui che sembra avere potere assoluto sulla vita quotidiana dei paracadutisti. Ad ogni coppia di istruttori è affidata una squadra di 24 allievi paracadutisti. Sentiamo, sempre dal diario, qualcosa su uno dei due caporali istruttori della squadra “Scorpioni”:
Caserma SMIPAR, Pisa, 9 ottobre 1993 Ieri sera il caporale istruttore Giovannini sembrava un po’ più umano. Prima di andare a dormire, dopo averci fatto rifare la branda almeno dieci volte si è messo a parlare con chi gli dormiva vicino. In particolare parlava con Francesco. Gli ha
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chiesto della sua terra [Francesco è della Campania, regione del Sud-Italia], della sua famiglia. Gli ha chiesto se era fidanzato. Francesco sembrava molto contento di questa improvvisa confidenza dell’istruttore. Giovannini allora ha chiesto a Francesco se aveva una foto della sua ragazza. Francesco l’ha presa e gliel’ha mostrata dicendogli che ne sentiva molto la mancanza. Giovannini ha preso la foto della ragazza di Francesco e gli ha detto che era davvero molto carina. […] Giovannini ha fatto mettere sull’attenti Francesco mentre andava in bagno con la foto della ragazza di Francesco. Diceva che con quella foto si andava a fare una sega pensando a quella troia della ragazza di Francesco.
Non deve sorprendere il potere enorme che hanno gli istruttori in questa fase. Come dicevamo, è da loro che sembra dipendere tutta la vita quotidiana degli allievi paracadutisti. Dagli istruttori dipendono i servizi (in cucina, piantoni ai cessi, guardie, ecc.) e le eventuali licenze. Chi si ribella agli istruttori viene tartassato di servizi, rischia di non uscire più in “libera uscita” e, soprattutto, rischia di venire isolato. Chi non si affida alla protezione degli istruttori è considerato “un nulla”, un “mostro”, un “cane morto”, e rischia di rimanere solo nell’incertezza assoluta delle relazioni del gruppo. È in questa fase, in questa terra di nessuno in cui unico riferimento sembra essere l’istruttore, che possono emergere rituali nuovi, violenti e provenienti dal basso. Come anticipato nelle prime pagine, è in questa fase dell’addestramento che è stato ucciso l’allievo paracadutista Emanuele Scieri, forse durante un rituale violento e pericoloso imposto da qualche figura autoritaria emergente nel gruppo primario (Guarino e Scieri 2007). La fase di transizione è una fase che possiamo chiamare di vero e proprio darwinismo militare: solo coloro che più si affidano al controllo e alla protezione degli istruttori riescono ad attraversare incolumi questa fase. Sono coloro che vengono considerati “i migliori”, “i più forti”, “i più massicci” quelli che, ottenuta l’assegnazione dell’incarico, andranno “al corpo”, in un’altra caserma, magari in missione “operativa” all’estero. Tutti gli altri non ce la faranno: vi sarà chi chiederà di non essere più un paracadutista o di essere trasferito, chi impazzirà e sarà riformato e chi morirà.
3.3 La fase di aggregazione: un vero parà Attraverso la fase di aggregazione una persona viene reintrodotta nella società. L’attore si trova di nuovo in uno stato relativamente stabile e ha diritti e doveri precisi (Van Gennep
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1908). Nel nostro caso facciamo riferimento a tutti quegli atti rituali che sanciscono l’ottenimento dello status di paracadutista. La fase di aggregazione di un paracadutista di leva è quella che inizia con l’ottenimento del brevetto di lancio e dura per tutto il resto del servizio militare, contrassegnata da numerose fasi, tutte altamente ritualizzate. Nel nostro caso, alla fine del periodo del “corso palestra” e ottenuto il brevetto da paracadutista, fu comandato il trasferimento al 186° Reggimento Paracadutisti Folgore di Siena. L’incarico sarebbe stato quello di NBC (squadra Nucleare Biologico Chimico). Lì avrebbe avuto inizio una fase dell’addestramento particolarmente dura, anche da un punto di vista puramente formale. Sentiamo, a questo proposito, la descrizione del rituale quotidiano dell'alzabandiera:
Caserma Lamarmora, Siena, 6 marzo 1994 Dicono che il nostro sia l’alzabandiera più lungo di tutte le caserme d’Italia. È probabile. Ma sappiamo anche di essere i paracadutisti più massicci, noi del 186°. In effetti credo che questo sia un alzabandiera un po’ particolare anche se non ho molti termini di paragone. Il piazzale è gremito, le compagnie sono perfettamente inquadrate ognuna davanti all’entrata delle rispettive camerate. Che spettacolo: più di 1500 paracadutisti pronti a mostrare il loro valore e la loro preparazione già all’inizio di una giornata qualunque. Parte inesorabile il rituale fascista di ogni giorno.5 Inno nazionale cantato obbligatoriamente a squarciagola, alzabandiera, recitazione a memoria della motivazione della decorazione conferita alla bandiera di guerra del 186° Reggimento Paracadutisti Folgore, marcia di tutte le compagnie all’interno del piazzale al ritmo marziale dei tamburi con canti annessi e con saluto alla bandiera incluso, discorso del comandante del reggimento come sempre nostalgico e inneggiante ai “tempi che furono” [il riferimento è al ventennio fascista], lezione teorica di guerriglia urbana, lezione pratica di autodifesa, disposizioni per l’attività addestrativa della giornata. Ma oggi sta succedendo qualcosa di particolare. Il comandante di reggimento blocca la usuale numerazione delle file che si fa per preparare lo schieramento per la lezione di autodifesa. Qualcosa è andato storto. È il caporale Marzullo, uno dei prossimi al congedo, che ha numerato la propria fila in modo non corretto. Ha alzato il braccio con mano a paletta ma messa di taglio. Mentre il comandante di reggimento, si sa, vuole la mano a paletta con palmo rivolto verso l’esterno come un vero saluto fascista. Si ripete la numerazione e il caporale Marzullo ripete l’errore. Che incosciente. Rischiare così a poche settimane dal congedo. Però lo ammiro. Il comandante di reggimento lo invita a raggiungerlo nel suo ufficio alla fine dell’alzabandiera. Sappiamo tutti che la punizione sarà esemplare e ben camuffata come trasgressione di altre regole. Il rituale
Sulla diffusione di questi sentimenti politici nell’esercito italiano, si vedano Caforio e Nuciari (2011), secondo i quali il 23,4% dei militari si definisce di “estrema destra” e il 39,6 di “destra”.
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dell’alzabandiera finisce senza altri intoppi mentre il sole comincia a scaldarci. Aspetto con ansia il “rompete le righe” che arriva puntuale dopo che la mia squadra ha ricevuto le disposizioni del capitano Sdrucito, comandante di compagnia, per le attività della mattina. Accendo una sigaretta.
Anche il tempo libero, comunque, risentiva inevitabilmente degli effetti di un addestramento improntato sulla violenza e l’aggressività:
Caserma Lamarmora, Siena 25 gennaio 1994 Quelli della cameretta accanto giocano come spesso fanno le bestie in crisi d’astinenza. Simulano scene di sesso ammucchiandosi in squallide simulazioni di orge. Ma qui tutto lo squallore, anche questo, diventa giustificato e normale amministrazione. […] Poveri giovani, vittime di questo stato di merda. Forse fuori da questo schifo di caserma vivrebbero una vita più povera ma almeno più libera.
Ma il rituale che per eccellenza sancisce e rinforza costantemente il passaggio verso lo status di “paracadutista”, accompagnando il paracadutista fino al congedo, è il rituale della “pompata”. Si tratta di un rituale che riguarda tutti i paracadutisti (di leva o professionisti) ed è trasversale ai diversi momenti (formali e informali) di vita di caserma. Ce ne occupiamo in modo diffuso nel prossimo paragrafo entrando così nel dettaglio della violenza rituale quotidiana della caserma.
4. La pompata Quali che siano le sue esatte origini all’interno della brigata Folgore, la pompata è comunque una delle tradizioni più importanti dei paracadutisti italiani. È un rituale che può considerarsi trasversale a tutti i livelli gerarchici – dal generale al soldato semplice – e a tutti i tipi di incarichi – da quello d’ufficio a quello all’interno delle squadre più “operative”. Coinvolge tutti i paracadutisti nelle pieghe anche più nascoste delle loro interazioni in caserma. La pompata è un vero e proprio rito di istituzione (Bourdieu 1982) nel senso che sancisce la separazione tra chi partecipa a questo rituale (i paracadutisti) e chi da questo rituale viene escluso (i non paracadutisti). Solo un paracadutista vero “può pompare”, solo un paracadutista vero “può fare pompare”.
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4.1 Definizione ed esecuzione La pompata consiste in una serie, non necessariamente continua, di piegamenti sulle braccia, che viene eseguita dal paracadutista su ordine diretto di un superiore. La durata della pompata è variabile e dipende solo ed esclusivamente dalla volontà del superiore. Quando il superiore dà l’ordine di “ritto” il paracadutista che pompa può finalmente rialzarsi. Le pompate più “lunghe” si svolgono generalmente la notte, quando i superiori sono particolarmente “incazzati”, o quando questi ultimi disgraziatamente si addormentano dopo aver dato l’ordine di pompare. L’ordine di pompare viene dato dal superiore secondo un gergo ben preciso. Gli ordini più utilizzati sono: “pompa”, “fatti un affondino per il vecchio”, “il vecchio è stanco…”, “spalmati a terra”, “fattene un tot…mostro”, “mi sono cadute cento lire…cercale”, “fletti e rifletti…mostro”. Quando il superiore è particolarmente “stanco”6 impartisce l’ordine senza parole, mimando con un piccolo gesto il piegamento sulle braccia. Ricevuto l’ordine il paracadutista si precipita a terra secondo una modalità ben precisa e, in caso di rifiuto, il giovane paracadutista può incorrere in ogni forma di ritorsione – la peggiore fra tutte quella di essere chiamato dagli altri paracadutisti col nome di “cane morto” o “fante”. Il paracadutista che ha ricevuto l’ordine di pompare deve immediatamente tuffarsi a terra e durante il tuffo, mentre è ancora in aria, deve sbattere le mani due o persino tre volte (una avanti, una dietro la schiena, una avanti) se il superiore lo richiede. Il superiore può fare ripetere tale operazione tutte le volte che vuole, fino a quando non la riterrà svolta nel modo corretto. Una volta a terra il paracadutista esegue immediatamente una serie di piegamenti, in numero a piacere, al termine del quale può riposarsi - sempre che il superiore sia soddisfatto della qualità e del numero delle pompate – nella posizione a ponte (che ha allusioni più che vagamente sessuali, nel corso della quale il paracadutista è in posizione ventrale e le uniche parti del corpo con cui gli è permesso toccare il terreno sono i palmi delle mani e le punte dei piedi). Nel caso in cui il superiore non fosse soddisfatto della prima serie di piegamenti, o in caso di pompate effettuate per gravi motivi disciplinari, la pompata come il riposo a ponte vengono accompagnati da pugni e calci diretti soprattutto sulla zona dei
Il grado di “stanchezza” è generalmente correlato alla “anzianità” di servizio. Tanto più si è “anziani”, tanto più si è “stanchi”.
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dorsali alti del paracadutista a terra.7 Serie di piegamenti e riposo a ponte continuano fino a quando il superiore non dà il “ritto”. Alla fine della pompata il paracadutista veramente “massiccio” non si lamenta ma piuttosto si mette a petto nudo andando a controllare allo specchio la quantità di lividi che ha sulla schiena. Maggiore è la quantità di lividi e maggiormente “massicci” sono stati gli attori (paracadutista superiore e paracadutista allievo) del rituale.
4.2 Tipologia della pompata Esistono diversi tipi di pompata che si differenziano principalmente per motivazioni e modalità di esecuzione. Vediamole più da vicino. Pompata punitiva. Il motivo principale per il quale viene dato l’ordine di pompare è quello di impartire una punizione nel caso di comportamenti indisciplinati in situazioni ben precise. La pompata punitiva viene utilizzata generalmente quando l’allievo “scazza”: cioè quando non esegue o esegue in modo ritenuto inadeguato un ordine impartitogli da un superiore. Altra tipica causa di una pompata punitiva si ha nel caso in cui l’allievo non porta il dovuto rispetto al superiore – anche in attività non addestrative o addirittura fuori dalla caserma – o, peggio ancora, quando non porta rispetto ad una delle tante tradizioni presenti in quella data caserma. Generalmente il motivo della pompata punitiva viene spiegato all’allievo durante la prima serie di piegamenti. Maggiore è la gravità dell’insubordinazione, più l’allievo viene tenuto a terra e picchiato. Regola ferrea di tale procedura è che solo il superiore che ha dato l’ordine di pompare può picchiare l’allievo. Nessun altro può intervenire, anche se più anziano ancora o di grado superiore. Pompata in rispetto dell’anziano o del pari scaglione. È questa la pompata che più di ogni altra coinvolge nello spirito di corpo e nell’identità di gruppo i paracadutisti. Ogni qualvolta un paracadutista vede un commilitone superiore o di pari grado che “va a terra”, deve immediatamente pompare. Nel caso in cui paracadutisti di diversi scaglioni siano a terra a pompare, il “ritto” verrà eseguito in ordine di scaglione: prima si alzeranno gli appartenenti agli scaglioni più anziani e poi, via via, tutti gli altri in ordine fino agli ultimi arrivati. Basco a terra. Ogni qualvolta che ad un paracadutista cade il basco a terra, egli deve pompare per rispetto al basco un minimo di
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Sulla diffusione di simili pratiche abusive negli eserciti di vari paesi, Toney and Anwar (1998).
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venti piegamenti. Il basco viene raccolto con la bocca durante il primo piegamento e rimane stretto tra i denti per tutto il corso della pompata. Il caso della pompata per “basco a terra” e della pompata per “passaggio di stecca” sono gli unici due casi in cui non viene applicata, da parte di chi osserva, la pompata in rispetto dell’anziano o del pari scaglione che pompa. Passaggio di stecca. A dieci giorni dal congedo il paracadutista diventa “fantasma” e quest’ultimo non ha il potere di fare pompare alcuno. All’ordine del fantasma di pompare, quindi, l’allievo può fare finta di non avere sentito niente, in quanto il fantasma è ormai considerato come un non-militare. L’unica occasione in cui il fantasma ha il potere di fare pompare si presenta nei casi in cui “lascia le stecche”. La stecca è un regalo che il paracadutista congedante lascia ad allievi particolarmente cari. La tipologia dei regali è molto variegata. Si va dal giornaletto porno, allo stereo portatile, a qualche souvenir (bossoli, cartucce, elmetti, sciarpe, zaini, ecc.) portato dalle missioni (Somalia, Vespri siciliani, ecc.). Certe particolari stecche (come mazze punitive8, fruste o in genere oggetti simbolo di particolari squadre operative) sono lasciate in regalo di scaglione in scaglione per diversi anni (la mazza punitiva della squadra osservata veniva passata in stecca ormai dal 1984). Il rito della pompata per passaggio di stecca prevede che il fantasma butti ai piedi del paracadutista prescelto la stecca, senza esplicitare verbalmente alcun ordine di pompare. Il paracadutista inizia subito a pompare avendo cura di farlo sempre con gli occhi che fissano la stecca. Il “ritto” in questo caso non viene dato dal fantasma, ma viene deciso in modo autonomo dal paracadutista che pompa, non appena abbia valutato di aver sudato a sufficienza per esprimere il proprio rispetto e la propria gratitudine per la stecca ricevuta. La sporca. L’ultima notte in caserma, prima del congedo, è la notte di una pompata particolare: la sporca. La sporca viene “lasciata” in regalo, e solo in rari casi, dal paracadutista congedante all’allievo prediletto – che è in genere l’allievo che più ha subito in termini di pompate e pestaggi ad opera del paracadutista congedante durante l’anno trascorso. La sporca è l’unico caso in cui un paracadutista giovane fa pompare uno più anziano di lui. All’ordine di pompare il congedante si getta a terra e nel breve tempo concesso e prestabilito – in genere non più di 30 secondi – l’allievo può colpire a proprio piacimento e in qualunque modo – anche cioè in modo “sporco”; da qui il termine “sporca” – il congedante che è a terra. Com’è facilmente intuibile, sono frequenti i casi in cui la sporca si conclude con qualche osso rotto.
Mazze di legno utilizzate per il pestaggio del paracadutista a terra durante la pompata punitiva all’interno di squadre particolarmente operative.
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Pompata goliardica. E’ questa la pompata che normalmente si consuma in gruppo più di ogni altra. Viene generalmente motivata come un modo per “tirare su il morale” o per “caricarsi” in particolari momenti dell’attività addestrativa. Viene ordinata dal più alto in grado del gruppo. Chi dà l’ordine, talvolta, si mette a pompare con tutti gli altri. Normalmente durante questo tipo di pompata i membri del gruppo effettuano i piegamenti in modo sincronico, contando i piegamenti ad alta voce. Le pause fra una serie e un’altra vengono scandite dal più alto in grado, che urla per tre volte il nome della squadra, del plotone, della compagnia o del reggimento. A ogni singolo urlo i paracadutisti rispondono a squarciagola col grido di “Folgore!”.
5. La personalità autoritaria e fascista Il giorno prima del congedo, come consuetudine, sottoufficiali e ufficiali della caserma aiutarono i congedanti a preparare una grande cerimonia di addio. Si trattava di organizzare l’importante evento per il solenne e ultimo “rompete le righe”. Era una cerimonia che si preparava ogni volta che uno scaglione andava in congedo: marce, poesie, discorsi ufficiali e, soprattutto, canti paracadutisti marciando per la caserma e, infine, immancabile, l’ultima pompata tutti insieme nel piazzale della caserma. Tra i canti scelti e consigliati caldamente dagli ufficiali e sottufficiali, l’ultimo, il più importante del rituale, fu “Avevo un camerata”. Ufficiali e sottufficiali dicevano si trattasse di una canzone che era meglio non cantare fuori dalla caserma perché “un po’ troppo nostalgica dei tempi che furono”: il periodo, cioè, della dittatura fascista. “Gli altri” (quelli fuori dalla vita militare) forse “non sarebbero stati in grado di capirla”. Pochi dei congedanti sapevano che quel motivo era la versione italiana di uno delle più note canzoni naziste (“Ich hatt' einen Kameraden”), cantata dalla folla durante il funerale del Feldmaresciallo Rommel (De Marzi 2005). Lì dentro, in quella caserma, e in un’occasione importante come quella dell’ultimo “rompete le righe”, era la canzone ideale per conferire solennità alla conclusione di un percorso educativo autoritario come quello della formazione di un giovane paracadutista. Essa sanciva idealmente la fine di un percorso educativo durato un anno, che aveva come obiettivo la formazione di una personalità autoritaria e fascista. Con il canto di “Avevo un camerata” e con un’ultima pompata di gruppo conclusa al grido di “Folgore!” tutti insieme nel piazzale della caserma La Marmora di Siena, la notte del 13 settembre 1994 terminava ufficialmente il servizio militare del 9° scaglione 1993.
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La personalità che sembra emergere da questo processo educativo è espressione di un ideale educativo profondamente autoritario, che racchiude in sé molti degli elementi della pedagogia comportamentista (Dollard et al. 1939; Scherer, Abeles e Fischer 1975) e della famosa “Scala F” proposta da Adorno (Adorno et al. 1950). Le caratteristiche della personalità descritte nella Scala del fascismo (F) sono: a) il rispetto per le convenzioni; b) la sottomissione all’ordine vigente; c) la mancanza di introspezione; d) la superstizione; e) le credenze stereotipate; f) l’ammirazione per il potere e la durezza; g) l’emersione di tendenze ciniche e distruttive; h) un eccessivo interesse ed una eccessiva attenzione verso la sessualità. Da questo punto di vista, il rituale della pompata risulta davvero emblematico e racchiude in sé i principali elementi costitutivi della suddetta Scala. Sadismo e masochismo (soprattutto nelle pompate punitive), rispetto per le convenzioni (si pensi alla pompata per il basco a terra), sottomissione per l’ordine vigente (ad esempio la pompata in rispetto dell’anziano che pompa o quella per il passaggio di stecca) sono alcuni esempi particolarmente evidenti in questo senso. È, quindi, attraverso questo rituale, voluto e praticato anche dai quadri dell’esercito, che molti degli elementi che costituiscono il modello della personalità autoritaria e fascista rappresentata dalla Scala F vengono riprodotti, trasmessi ed insegnati nei processi quotidiani di risocializzazione. Quel che potremmo definire un autoritarismo/fascismo sostanziale di tipo educativo si intreccia e riproduce sullo sfondo di un orizzonte normativo e valoriale che è, invece, costituito da quello che possiamo definire un autoritarismo/fascismo storico e culturale, caratterizzato da tutta una serie di elementi culturali formali (tradizioni, rituali vari, simboli, svastiche e/o croci celtiche tatuate sul corpo, saluti romani, discorsi sugli ebrei, sui negri, ecc.) che, più o meno direttamente, vengono ereditati dall’ideologia nazifascista.9
6. Conclusioni Le ipotesi centrali emerse dalla ricerca sul campo sono quelle per cui: a) l’apprendimento dell’aggressività all’interno dell’istituzione militare è voluto e controllato dall’istituzione in quanto necessario e funzionale agli scopi ultimi dell’istituzione
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Sulle assonanze con la formazione di un’identità fascista negli anni del ventennio, Berezin (1997) e Padovan (2007).
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stessa; b) il sistema educativo delle caserme si basa sui principi della psicologia comportamentista; c) il sistema educativo della caserma mira alla formazione di personalità autoritarie e fasciste che, in condizioni di stress, portano gli attori a tenere comportamenti sadici e di violenza incontrollata; d) l'addestramento in caserma ripercorre le stesse fasi (azzeramento, terra di nessuno, aggregazione) che caratterizzano le azioni di tortura; e) le azioni di tortura si verificano a prescindere da una volontà politica diretta; esse sono legate al modello addestrativo impartito nelle caserme. Ricollegandoci a quanto notato in apertura del saggio, la possibilità di estendere quest’apparato concettuale sino ad includere le forze di polizia potrà sembrare ad alcuni critici un’operazione estrema. Tuttavia quel che sosteniamo è che le principali differenze riguardano più l’intensità che i contenuti dei rispettivi addestramenti. Per quanto la riforma della polizia italiana del 1981 abbia parzialmente smilitarizzato il corpo e reso meno coercitive le condizioni del personale, il processo di addestramento degli agenti presenta forti somiglianze con quello che abbiamo qui descritto e persegue un ideale di efficienza – basato sulle nozioni di forza fisica, coesione, risposta – del tutto paragonabile a quello rinvenibile nell’esercito. Peraltro anche le normali forze di polizia dispongono al proprio interno di truppe “d’elite”, paramilitari, addestrate per gli interventi speciali (antiterrorismo, antirapimento, etc.). Gli uomini di questi reparti non vengono mobilitati ogni giorno per le loro attività speciali e, al contrario, li ritroviamo impegnati nelle normali attività di controllo. Uno degli scandali che ha coinvolto i già citati Nocs, per esempio, ha visto alcuni degli uomini di questa squadra recarsi nell’ospedale dove un commilitone giaceva ferito in seguito a una coltellata – ricevuta nel corso di un intervento serale in discoteca – per picchiarlo selvaggiamente: un membro dei Nocs, infatti, “non si fa accoltellare da un coglione qualsiasi”. Basterebbe questo minuscolo episodio a mostrare come la distanza tra la formazione dei militari e quella delle forze dell’ordine sia inferiore a quel che si possa credere. Ma a rendere più complesso il quadro interviene il fatto che l’esercito assume, talvolta, tratti propri della polizia e viceversa. Al di là dell’occorrenza per cui, a ogni tornata concorsuale per l’ingresso nei ranghi della polizia e delle altre forze, un’elevatissima quota di posti è riservata ai militari, questi ultimi svolgono funzioni poliziesche nel corso di molte missioni all’estero, mentre polizia e carabinieri svolgono funzioni fondamentalmente militari in patria e all’estero. Chi ha visto i corpo a corpo dei reparti mobili della polizia italiana negli stadi e nelle manifestazioni, per esempio, non avrà potuto fare a meno di notare la strategia militare che guida le manovre di accerchiamento e isolamento dei manifestanti o dei
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tifosi. Il sapere militare così come quello di polizia – quest’ultimo basato sulla capacità di raccogliere informazioni (Palidda 1999) e sull’affinamento di quelle funzioni cognitive che permettono di parlare della polizia come dell’“organo epistemologico” dello stato (Della Porta e Reiter 2004) – si combinano tra loro, generando un ibrido pratico e attitudinale spesso indistinguibile. Il punto principale, tuttavia, è che non sono solo fini analisti o saperi disincarnati e astratti quelli che circolano; piuttosto, accanto a questi, troviamo uomini e donne mediamente specializzati, che transitano spesso da un corpo all’altro, da uno scenario di guerra ad uno civile, e che sono generalmente accomunati da un certo modo di stare sulla scena. Un modo, in poche parole, basato sulla capacità di essere coesi nei momenti di crisi e sull’ideologia della contrapposizione. Questa particolare maniera di stare sulla scena – al di là dall’intensità con cui gli attori eseguono i copioni oppure dell’enfasi assegnata sulla negoziazione piuttosto che sull’uso della forza – ha la caratteristica di essere verticistica, autoritaria e tendenzialmente comportamentista (a parte chiaramente le possibilità offerte dall’agency individuale, che riserva spesso importanti sorprese). Questa “meccanica” dell’azione serve a ridurre la complessità e i tempi di reazione dinanzi al tipo di sfide attese in strada. Il problema è che tali “sfide” hanno spesso caratteristiche ben diverse da quelle per cui il personale di polizia è formato ed eccedono la capacità interpretativa degli operatori (Quassoli 1999); oltre al fatto che esse costituiscono, in ogni caso, un’occasione per “conseguire i risultati” e trarre vantaggi professionali di un qualche tipo. La violenza esibita nel corso delle manifestazioni di piazza contro i “professionisti della protesta”, la crudeltà con cui si picchiano giovani sbandati in strada, questure e celle, corrispondono probabilmente a una precisa visione del mondo e dell’ordine, oltre che alla percezione di stare agendo così come si attendono parte dei superiori e della società. Non è un caso, infatti, che i poliziotti condannati per violenze siano abbastanza pochi e che gran parte delle “morti di stato” italiane siano rimaste avvolte in un alone di mistero, rese confuse dalle perizie degli esperti di parte e dalla mancanza di collaborazione di buona parte dei vertici delle istituzioni coinvolte (questure, carceri, etc.). Malgrado le lamentele e la tendenza a negare queste accuse, le forze di polizia dispongono solitamente di mezzi, coperture e coesione che, tranne particolari casi e fattispecie,10 vengono mobilitati a difesa dell’istituzione e dei suoi membri. E quanto a questi ultimi, come si fa, in fondo, a rimproverare loro qualcosa? Dopo tutto, gli agenti sono stati programmati, da un lato, per rispondere scrupolosamente alle richieste della catena di comando
Sembrerebbe, infatti, che solo i reati di corruzione o partecipazione a traffici illeciti generino dure reazioni (Palidda 2000).
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e, dall’altro, per prevedere ciò che questa stessa catena si attende da loro; stretti dalle maglie del potere, non possono fare altro che farsi potere essi stessi ed esercitare la forza, traendone gioie, benefici, frustrazioni e tutta la differenziata gamma di emozioni che il “mestiere delle armi” può offrire. E se tutto questo è vero, l’intima, seppure ingenua domanda che sentiamo di dover rivolgere ai sostenitori civili di questo complesso apparato di sopraffazione – volto alla mortificazione di chi ne diventa nemico, così come di chi vi lavori – è cosa esso abbia a che fare con la democrazia, la libertà e, soprattutto, la difesa della vita?
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Charlie Barnao e Pietro Saitta
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Note biografiche sugli autori
Charlie Barnao è un ex-paracadutista ed è attualmente ricercatore di Sociologia Generale presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. E' autore di numerosi studi sul crocevia tra mondi "marginali" e "normali". È autore, tra l’altro, di Sopravvivere in strada. Elementi di sociologia della persona senza dimora (Milano, 2004) e Le relazioni alcoliche (Milano, 2011). E-mail: charlie.barnao@unicz.it
Pietro Saitta è ricercatore di Sociologia Generale presso l’Università degli Studi di Messina. Ha svolto attività di ricerca e di insegnamento negli Stati Uniti. Ha lungamente collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità nella veste di ricercatore e consulente. E’ autore, oltre che di numerosi articoli in materia di immigrazione, ambiente e politiche sociali, di Economie del Sospetto. Le comunità maghrebine in Centro e Sud Italia e gli Italiani (Soveria Mannelli, 2006) e Spazi e società a rischio (Napoli, 2009). E-mail: pisait@gmail.com
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I QUADERNI DEL CIRSDIG 49. MASSIMILIANO VERGA (A CURA DI), Sesto seminario nazionale di Sociologia del Diritto - Capraia 2010 48. DIEGO MARIA MALARA, Le tradizioni terapeutiche della Chiesa Ortodossa Etiope. Alcune considerazioni preliminari MASSIMO MUCCIARDI E LUIGI LACONTE, Un’analisi regionale in tema di “digital divide” in Italia LIANA DAHER, Second-generation Immigrants in Catania (Sicily): Prejudice and Relationships with Institutions MARIAGRAZIA SALVO, Legami e reti sociali. Stili di vita in una società tradizionale MASSIMILIANO VERGA (A CURA DI), Quinto seminario nazionale di Sociologia del Diritto - Capraia 2009 FILIPPO ALESSANDRO MOTTA, Bioetica laica: fondazione socio-cognitiva FERDINANDO OFRIA, ANTONELLA CAVA, La merce nell’epoca della sua riproducibilità contraffatta. Una analisi economica e socio-culturale MIHAELA GAVRILA, La televisione ai tempi della complessità. Tra crisi e rinascita. GUIDO SIGNORINO, MATTEO LANZAFAME, L’economia dell’area vasta dello stretto: Evoluzione e prospettive. MARIALUISA STAZIO, Consumatori di tutto il mondo unitevi. Ipotesi sul Mondo Nuovo. MASSIMILIANO VERGA (a cura di), Quaderno dei lavori 2008 (Atti del Quarto Seminario Nazionale dell'AIS- Sociologia del diritto). ANDREA PITASI, On the Power of Wealth. The Allocative Function of Law and Information Asimmetry in the Evolutionary Systemic Strategies of the Knowledge Based Economy. PAOLO DIANA, CLAUDIO MARRA, Rappresentazioni e pratiche della legalità negli adolescenti. Una comparazione nord-sud. LARRY D. BARNETT, Mutual Funds, Hedge Funds, and the Public-Private Dichotomy in a Macrosociological Framework for Law. VALENTÌN THURY CORNEJO, The Search for Authenticity: Some Implications for Political Communication.
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SIMONA VITALE, Il servizio pubblico radiotelevisivo: una ricerca sulle aspettative di alcuni telespettatori napoletani. ALVISE SBRACCIA, More or Less Eligibility? Theoretical Perspectives on the Imprisonment Process of Irregular Migrants in Italy. DOMENICA FARINELLA, FIORENZO PARZIALE, Processi di terziarizzazione e disuguaglianze socio-occupazionali in Italia: un’analisi a partire dal locale. ANNA TOTARO, Dinamiche di interrelazione tra blogosfera e media sfera. ELENA VALENTINI, Università in rete. Esperienze e punti di vista tra innovazione normativa e dibattito istituzionale. ELISA GATTO, PIERPAOLO MUDU, PIETRO SAITTA, L’industria petrolchimica nella Valle del Mela: uno studio qualitativo sulla percezione del rischio e gli immaginari. MAURO FERRARI, CLAUDIA ROSSO, Interazioni precarie. Il dilemma dell’integrazione dei migranti nelle politiche sociali locali. Il caso di Brescia. MASSIMILIANO VERGA (a cura di) Quaderno dei lavori 2007 (Atti del Terzo Seminario Nazionale dell'AIS- Sociologia del diritto). ANTONIA CAVA, Children Between Analogic and Digital TV. The Italian Case. NAUMAN NAQVI, The Nostalgic Subject. A Genealogy of the 'Critique of Nostalgia'. DAVID NELKEN, An E-mail From Global Bukowina. MEHMET KUCUCOZER, Civil Society: a Proposed Analytical Framework for Studying its Development Using Turkey as a Case Study. PAOLA RONFANI, Alcune riflessioni sui rapporti tra la sociologia del diritto e la psicologia. MASSIMILIANO VERGA, Cannabis: la "droga" e il "farmaco". Una rassegna della letteratura dal 1970 ad oggi. PIETRO SAITTA, La genitorialità sociale la sua regolazione. Una rassegna europea. PIETRO SAITTA e NOEMI SOLLIMA, Politiche familiari in Italia: problemi e prospettive. Confronto tra le leggi regionali di Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Marche.
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MARIAGRAZIA SALVO, Il digital divide nella sua più recente configurazione : dalle differenze intragenerazionali alle differenze di genere. ANTONIA CAVA, Il cantastorie mediale: narrazioni in rosa. DOMENICO CARZO (a cura di), Estorsione e usura: uno sguardo empirico sulla città di Messina. MARIA GRAZIA RECUPERO, Violenza anomica e “conflitto dei doveri”. DOMENICO CARZO (a cura di), Tra interpretazione e comunicazione. Nascita e declino dei codici: un approccio transdisciplinare (Volume II). DOMENICO CARZO (a cura di), Primi atti del convegno: Tra interpretazione e comunicazione. Nascita e declino dei codici: un approccio transdisciplinare. TIZIANA MASTROENI, La religione tra modernità e postmodernità. MARGHERITA GENIALE, Le passioni del sottosuolo: critica sociale o crisi sociale? MARIA FELICIA SCHEPIS, Autorità e dipendenza nell'Antico Testamento. Profili teologico-filosofici e politico-sociali. DOMENICO CARZO (a cura di), I Media e la Polis. La costruzione giornalistica delle campagne elettorali. DOMENICO CARZO, MARCO CENTORRINO, L'immigrazione albanese sulla stampa quotidiana. ANNA CIPRÌ, I clochards: una prima rassegna bibliografica. ANNA CIPRÌ, FRANCESCA DI GANGI,Bibliografia ragionata su droga e tossicodipendenza: 1987-1992. DOMENICO CARZO, ROSSANA L. BIONDI, Aspettative dei giovani e diritto allo studio: aspetti sociologico-giuridici e psico-sociali in una ricerca nella provincia di Reggio Calabria. ANTONINO PERNA, I mass media e l'immigrazione extracomunitaria. Una ricerca socio-giuridica. DOMENICO CARZO (a cura di), Il nuovo Codice di Procedura Penale e la professione del giornalista.
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Finito di stampare e legalmente depositato nel gennaio 2012 presso il Dipartimento di Economia, Statistica, Matematica e Sociologia “Pareto” Facoltà di Scienze Politiche Università di Messina Via T.Cannizzaro, 278 – 98122 MESSINA
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ISBN978-88-95356-13-6
ISBN 978- 88-95356-40-2