Quale spazio per una nuova sociologia “critica”? L’inchiesta sociale come lotta more

Pietro Saitta (2010) Quale spazio per una nuova sociologia “critica”? L’inchiesta sociale come lotta, "Quaderni di intercultura", 2, pp. 3-29.

Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Quale spazio per una nuova sociologia “critica”? L’inchiesta sociale come lotta. Pietro Saitta1 The present article focuses on the evolution of “critical” approaches to society and deviance in the Italian sociology and criminology. Ethics and purposes of social research are discussed, in the light of the existing relationships between scholars and external forces structuring the field of social investigation (public and private granting organizations, neoliberal ideology, personal opportunities for the scholars involved in the “reassurance projects”, etc.). The author deploys some classic examples drawn from the Italian “social inquiry” (inchiesta sociale) of the 1960-1970’s – most probably, the greatest season for the modern Italian social sciences – in order to propose a new agenda for the study of deviance and crime in an age of neoliberal management of security. 1. Critici e integrati: i ruoli dell’intellettuale Quelle che seguono sono note, probabilmente spurie e disorganiche, sul senso della pratica sociologica nell’Italia contemporanea. Per di più, così come dovrebbe evincersi dal titolo, si tratta di note critiche, che richiamano il passato della tradizione sociologica italiana per discutere, in modo molto generale, dello statuto contemporaneo della disciplina e di alcune trasformazioni che l’hanno attraversata. In particolare, vorrei riflettere sulla trasformazione, o piuttosto sul “ritorno”, della sociologia italiana da strumento di trasformazione e lotta a scienza integrata. Per meglio chiarire i termini della questione vorrei fare appello innanzitutto a Bourdieu e ad un documentario realizzato poco prima della sua morte.2 In quel video l’autore definiva la sociologia uno “sport da combattimento”, un’arte marziale da usare nella arena civile per mettere a nudo le contraddizioni e i paradossi del potere e dell’organizzazione sociale. In modo simile, nelle conclusioni di un testo ormai classico, Borgeois (2003, 47) si augurava che la scienza sociale “possa essere un luogo di resistenza” e che “gli scienziati sociali debbano e possano affrontare il potere”. Cicourel (1964) metteva in guardia dai danni di una pratica scientifico-cognitiva folk, ovvero affatto diversa dalle strutture di senso “comuni” e, dunque, fallace, anti-storica e incoerente. Molto più tardi, ma in modo analogo, Sayad (1996) raccomandava agli intellettuali di stare attenti alle insidie del “pensiero di stato”, ovvero alla possibilità Ricercatore di Sociologia Generale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Messina. 2 La sociologie est un sport de combat- Pierre Bourdieu, di Pierre Carles. 1 3 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 di essere pensati da uno stato che si credeva di pensare e al rischio conseguente di sviluppare riflessioni volte alla riproduzione dell’ordine, più che alla produzione di verità inerenti i soggetti posti alla base della struttura sociale. Questa collezione di citazioni dovrebbe suggerire che le questioni qui poste investono, da un lato, il tema della neutralità degli scienziati sociali e, dall’altro, quello della relazione, qualità e differenza del pensiero sociologico rispetto a quello “ordinario” (proprio dello stato, dei non-esperti e di coloro che non sono istituzionalmente chiamati a produrre presunzioni e sistemi di verità).3 In termini più diretti, occorre domandarsi se lo scienziato sociale debba essere neutro e terzo rispetto ai fatti sociali, occultando o rimuovendo preferenze, ideologie e, persino, desideri concernenti i fatti e le categorie sociali osservate. Inoltre, bisogna chiedersi se lo scienziato sociale debba cooperare con il potere, impiegandone il linguaggio, i codici e i fini. Queste domande sono forse poste in termini troppo netti, non lasciano spazio a sfumature e sono, oltre tutto, marcatamente retoriche. Come osservato da Foucault (2009, 51), difatti, la “verità è un sovrappiù di forza e si dispiega solo a partire da un rapporto di forza”. Dunque, se la scienza è “verità”, essa è naturalmente iscritta all’interno di questo rapporto di forza ed è sostanzialmente impossibile uscire dall’asimmetria di potere che qualsiasi discorso sull’“altro” (classe, soggetto, fenomeno) nasconde. In questa prospettiva, la conoscenza storica e sociale appare saldamente intrecciata col potere e lo stato. Tale sapere nasce per celebrare l’ordine, giustificarlo e orientarlo. Lo stato, l’accademia e l’intellettuale di professione sono istituzioni indistinguibili e il sapere accademico è necessariamente “sapere di stato”, utile a dominare. Inoltre – ma questo è ovvio – è assai difficile non coltivare opinioni, avere intime preferenze, desideri ed essere, per giunta, inseriti all’interno di un campo di interessi materiali che possono non avere l’oggetto di studio al proprio centro, ma che si configurano ad ogni modo in termini di opportunità (a trattare una questione in un certo modo, a conformarsi al punto di vista dominante, etc.). Banalizzando di molto i termini del problema, si può affermare che la scrittura accademica nasce innanzitutto nell’interesse della legge e dello stato (Foucault, 2009, 62) e si riproduce anche nell’interesse degli individui che la praticano. Non è questa la sede per ripercorrere compiutamente il percorso – peraltro ampiamente noto – attraverso il quale si assiste alla comparsa di una contro-storia e di una serie di “hidden transcript” (Scott, 1990), che gradualmente vedono i soggetti della “narrazione di stato” farsi autori di una propria narrazione dei fatti, che pretende di tacitare la prospettiva ufficiale. È tuttavia utile ricordare che almeno da Frantz Fanon (1961) in poi la scienza sociale europea soggiace alla fascinazione della prospettiva indigena. La narrazione dei soggetti postcoloniali fa irruzione nel discorso accademico e pubblico e, a partire dalla fine degli anni Sulla scienza (e il diritto) come luoghi di produzione di verità, v. Latour e Woolgar (1979). 3 4 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 cinquanta, si assiste a quella che potremmo definire la convergenza degli interessi degli intellettuali europei ed extraeuropei (post-coloniali). Per comprendere pienamente questo bisognerebbe fare riferimento, sul piano culturale, alla sostanziale contiguità tra teoria critica della scuola di Francoforte (Rusconi, 1968; Schmidt e Rusconi, 1972; Therborn, 1972), pensiero esistenzialista francese, marxismo e, sul piano politico, alle guerre di indipendenza e decolonizzazione (Young, 1990), oltre che all’emersione di una questione operaia, studentesca, razziale, femminista e “borghese”4 su scala intercontinentale. Questa effervescenza fondamentalmente europea si accompagna all’emersione di un pensiero funzionalista “critico” negli Stati Uniti. Volendo drammatizzare un po’, potremmo dire che a ridosso degli anni sessanta, in America Merton cannibalizzava Parsons, spogliandolo dell’implicita aurea celebrativa dell’organizzazione capitalista e svelando molte delle contraddizioni insite nel modello Agil (Parsons, 1951). In particolare, rispetto all’impianto funzionalista originario, è innovativa l’analisi che Merton (1968) compie del rapporto mezzi- fini in relazione alla devianza e al mutamento sociale. Infatti l’idea che la distanza tra “devianti” e “normali” fosse in genere minore di quella che si ritenesse, in ragione della loro sostanziale adesione ad un set comuni di valori ruotanti attorno all’idea di consumo e successo, non era poi così distante dalla critica di Marcuse (1964) alla società industriale. Questa velocissima e parziale panoramica di un dibattito culturale che si svolge nell’arco di alcuni decenni serve a inquadrare e definire una precisa corrente di pensiero: quella “critica”. In realtà è impreciso parlare di “corrente” e dovremmo intendere questo termine nel modo più elastico possibile. Più precisamente, dovremmo parlare di un coro di voci, metodi e approcci a volte in rapporto polemico tra loro. Forse, ancora più correttamente, dovremmo parlare di una sensibilità; ovvero di una maniera di porsi rispetto all’analisi e al discorso attorno alla società che è caratterizzato da una essenziale antipatia per i comuni modi di definizione dell’esistente. Provando a mettere meglio a fuoco il concetto, potremmo dire che la sensibilità di tutti questi autori, e dei tantissimi altri omessi dalla nostra analisi, si caratterizza per una generale insoddisfazione relativa ai fini e agli esiti dell’organizzazione capitalista dello Stato, ai suoi strumenti di dominio e controllo, e, infine, ai suoi modi di definizione di lecito e illecito, inclusione ed esclusione. Questa particolare sensibilità corrisponde per l’appunto a quel approccio che definisco “critico” e che si materializza, da un punto di vista pratico, nell’immagine di un intellettuale posto ai margini non del dibattito culturale, ma del potere. Un intellettuale, in altri termini, che non coltiva le proprie relazioni con il potere situato nelle amministrazioni; che non produce rapporti di ricerca, finanziati dai ministeri, ma critiche serrate delle forme feroci assunte dallo stato e, appunto, dal potere a un livello microfisico. Un intellettuale, insomma, che fa della cattedra o della propria visibilità sociale e mediatica uno strumento di lotta contro le E’ abbastanza evidente che, oltre ad essere una stagione operaia, il ‘68 fu soprattutto una “questione borghese”, propedeutica all’introduzione di istituti successivi come il divorzio e al rinnovamento dei “costumi” in un senso più funzionale agli interessi della nuova borghesia urbana. 4 5 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 articolazioni violente e repressive del sociale, contro l’insostenibilità delle disuguaglianze e che, in modo complementare, impiega l’università e la strada come siti di resistenza. All’altro capo di questa dicotomia senza grigi e sfumature, stanno gli “integrati”; ovvero gli intellettuali restii a sposare pubblicamente e, forse persino aprioristicamente, il conflitto. Questi sono, da un lato, operatori cresciuti e addestrati nel rispetto dell’ordine e della sua riproduzione; ma sono anche cittadini abituati a pensare al sapere come merce da impiegare nel mercato delle professioni intellettuali (Wright Mills, 2000, 106). Sono, insomma, funzionari di quella particolare amministrazione che è l’università, impegnati a gestire le particolari forme di competizione che hanno luogo in essa e soggetti alle sue regole. Nei termini di Gouldner (1980, 639), “l’università è il regno della schiavitù volontaria e comoda”, in cui l’accademico è stimato per il suo sapere, ma castrato come essere politico. Di più, questo è lo spazio in cui si riproducono differenti stratificazioni di forza e l’intellettuale di professione (il professore) occupa unicamente posizioni intermedie. L’intellettuale è più spesso soggetto di potere nei confronti degli aspiranti intellettuali di professione o nei confronti di quelli che occupano posizioni subordinate. Ma tutti loro sono in genere sostanzialmente subordinati rispetto alle gerarchie e alle forme interne di potere5 e dipendenti dalle strutture esterne (per esempio, ai fini dei finanziamenti). Da qui l’affermarsi di una figura moderata di intellettuale, impegnata a mettere in atto una variegata serie di strategie e di corsi d’azione. Per semplificare, si rinviene da un lato l’intellettuale saldamente intrecciato con la forza e i “salotti”, consigliere del principe, aduso a gestire fondi provenienti da amministrazioni e fondazioni; dall’altro, il burocrate essenzialmente ritualista, posto ai margini della vita culturale accademica, ma docile e subordinato alle regole. Come è verosimile, questi differenti modi di interpretare il ruolo accademico si riflettono sulla pratica di scrittura, sugli obiettivi della ricerca, sugli attori da osservare, sugli elementi da enfatizzare o relegare sullo sfondo. Soprattutto, quel che ci suggerisce l’osservazione del modo in cui i ruoli intellettuali vengono espletati è che la pratica intellettuale è sempre e comunque politica e che non esistono approcci avalutativi, obiettivi e scientifici. L’obiettività esiste forse unicamente in relazioni a fini e la prima è ben poca cosa rispetto ai secondi (considerato che, nella prospettiva qui proposta, essa è mera “tecnica ancillare”, puro metodo). I fini, ammessi e non ammessi, impliciti ed espliciti, sono ciò che, a priori, rendono la ricerca sociale una tattica di imposizione dell’ordine oppure una pratica di resistenza. La ricerca sociale, dunque, corrisponde sempre, implicitamente o esplicitamente, avvedutamente o inavvertitamente, ad una scelta di campo. Per molteplici ragioni, verosimilmente legate alla storia dell’università e al contesto politico e sociale, in Italia la consapevolezza di questo statuto della ricerca è andata rarefacendosi nel corso dei A tal proposito Gouldner (1980, 640) afferma: “Anzi questo contratto, per il quale il professore ha il diritto di essere una tigre in aula, ma deve essere un gattino nell’ufficio del rettore, contribuisce moltissimo agli atteggiamenti drammatici e irrazionali tipici dell’aula universitaria”. 5 6 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 decenni.6 La particolare struttura di potere interna all’università italiana, la dipendenza della ricerca dai finanziamenti esterni, così come il reflusso ideologico degli intellettuali italiani da quelli che per il pensiero dominante furono gli “eccessi” degli anni sessanta e settanta, insieme al corrispondente passaggio da un marxismo scolastico ad un weberismo altrettanto di maniera, hanno probabilmente reso meno problematico il nesso tra sapere e potere. La sociologia italiana degli anni duemila appare, nel suo complesso, una disciplina cooperativa e persino embedded, se si pongono in relazione ricerche e finanziamenti, provenienti in massima parte da istituzioni come i ministeri, la Commissione Europea, gli enti locali e agenzie simili. La natura cooperativa è evidente se si riflette, ad esempio, sulla struttura di bandi come i Framework Project (FP), interessati all’impatto e all’utilità delle ricerche sociali nella regolazione sociale (per esempio, e tipicamente, con riguardo all’integrazione degli stranieri oppure alla sicurezza). La ricerca sociale contemporanea osserva i processi sociali con lenti utilitaristiche e “di stato”. Occorre, cioè, che si propongano studi “finanziabili”, conformi ai fini perseguiti dall’autorità (ovvero dallo stato, dalle entità sovranazionali e persino quelle locali) e anche ai modi della ricerca (attraverso metodologie, strumenti e popolazioni da osservare riconosciute e standardizzate). Poco importa che i committenti non siano unicamente istituzionali e che tra essi vi siano fondazioni e associazioni. Il ciclo della regolazione, infatti, è tale che questi committenti di solito dipendano o abbiano come referente lo stato, che rappresenta così il In realtà, sul finire degli anni duemila si è aperto un interessante dibattito sullo statuto delle scienze sociali e, in particolare, della sociologia in Italia (con attenzione ai temi del reclutamento accademico, del ruolo delle “componenti” sociologiche – MiTo, cattolici e romani – nel regolare i conflitti, determinare qualità, campi della ricerca e processi editoriali, del rapporto con il foro pubblico, etc.). A partire dal clima generato dalla riforma dell’Università proposta nel 2010 dal Ministro Gelmini, da alcuni interventi critici dei decani Martinotti sul forum della Treccani (http://www.treccani.it/Portale/sito/comunita/forum/forum.jsp?showThread=Y& parentId=480) e Ferrarotti su “La Repubblica” (dall’esplicativo titolo: “Noi eravamo saliti in cattedra, ma un comico conta di più”) e, infine, dalla campagna lanciata dal sociologo Orsini sul problema della gestione dei concorsi universitari e dalla recentissima pronuncia positiva del Consiglio di Stato circa la possibilità data ai giudici di amministrativi di entrare nel merito delle decisioni prese dalle commissioni giudicanti, il tema appare al momento tra quelli più avvertiti dalla “comunità sociologica” italiana (in lieve ritardo, ma comunque in linea, con quanto è accaduto in questi stessi anni, per esempio, nelle omologhe comunità statunitensi e francesi). Inoltre, nell’Ottobre 2010 la rivista “Rassegna italiana di sociologia” ha organizzato presso l’Università di Milano Bicocca un convegno sul Ruolo della sociologia e professione del sociologo. Un importante articolo apripista, peraltro molto attento ad analoghi dibattiti internazionali, è quello di Santoro (2007). Per una riflessione critica sul tema della relazione tra esperti (sociologi e criminologi) e “foro pubblico” (media, policy-makers, formazione e riproduzione di un “senso comune”) e sul loro ruolo nel legittimare fenomeni risibili e allarmi sociali propedeutici a svolte autoritarie in Italia, si veda anche Saitta (2007). 6 7 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 punto di partenza o di arrivo della gran parte delle intraprese scientifiche correnti. Il presente articolo intende perciò affrontare il nodo cruciale della relazione tra ricerca e potere e per fare questo adotterà la prospettiva ormai minoritaria della ricerca critica, affermando la necessità di ritornare alla produzione di saperi antagonisti rispetto a quelli dello stato. 2. Pratiche critiche di ricerca Per descrivere compiutamente il senso della sociologia italiana, o per meglio dire, dell’“inchiesta sociale” degli anni sessanta e settanta occorre probabilmente tornare indietro nel tempo e nello spazio, andando al trentennio sociologico americano che va dai primi anni venti ai tardi anni cinquanta. La rilettura, per esempio, di Park, Anderson, Zorbaugh e dei molti altri che affollavano le aule dell’università e le strade di Chicago presenta molte analogie con quanto sarebbe accaduto successivamente in Italia, e mostra anche l’attualità di buona parte di quelle lezioni. Chi ha frequentato quelle pagine, concorderà con me quando noto che ciò che continua a stillare da quelle pagine è il sudore e la fatica di lunghe camminate nelle strade delle città, la sorpresa di incontri straordinari, il rifiuto della scrivania. Non i dati secondari, ma i marciapiedi, la musica delle sale da ballo affollate da immigrati e l’inglese “rotto” degli oscuri personaggi incontrati per strada costituivano infatti il materiale di quei leggendari studi. Inoltre, se si guarda la struttura di molte di quelle opere e lo stile descrittivo adoperato, è facile notare come esse siano attraversate da una dimensione “letteraria”: leggerle, in qualche modo, significa divorarle. Tuttavia sul piano teorico, come ebbero a notare Gouldner (1980) e, in Italia, Pavarini (1980), la produzione scientifica americana che deriva dalla scuola di Chicago (che si dipana dunque a partire dagli anni venti sino agli anni sessanta inoltrati) non era “critica” in senso proprio e relegava sullo sfondo i nodi sostanziali del potere, del ribaltamento dei rapporti di classe e dell’ordine, pur dichiarando di voler risolvere i “social problems”. Era, tutt’al più, una scienza “riformista”. Questo giudizio è stato tipicamente riservato ad autori come Goffman, Lemert, Matza e, in generale, ai sostenitori degli approcci interazionisti alla marginalità, accusati anche di essere “scettici sino al qualunquismo”, “tolleranti sino all’indifferenza” ed “esasperati soggettivisti” (Pavarini, 1980, 107-110). Tuttavia la prima e la seconda scuola di Chicago – chiamiamo così per comodità quella composita pletora di autori, per la verità situati anche in università lontane dallo stato dell’Illinois, ma ciò nondimeno legati in forme diversa all’università di Chicago (Semi, 2006) – che dagli anni venti del novecento in poi si occupa di marginali, ha il merito di riscoprire soggettività e classi prive di voce, di mostrare la loro capacità di organizzazione e i meccanismi minimi attraverso i quali la loro esclusione si riproduce quotidianamente e, infine, di introdurre epistemologie e metodi anti-positivisti, che pongono qualità, profondità dell’analisi e biografie al centro della pratica di ricerca. 8 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Questo interesse per i soggetti senza voce, collocati ai margini del processo di sviluppo, da studiare attraverso una prospettiva insieme antropologica e “storica”, ben si intrecciava con metodi, interessi e sensibilità propri della tradizione marxista italiana (Melossi, 1983; Faccioli, 1991). Già sul finire degli anni cinquanta, sulla base delle sollecitazioni provenienti in primis da Adriano Olivetti, il Pci e la Cgil, inizia a svilupparsi in Italia l’“inchiesta sociale”, ovvero “un tipo di rapporto particolare con la pratica politica e sociale, ma anche un rapporto con l’interlocutore che non può essere considerato un puro e semplice oggetto di ricerca” (Pugliese, 2008, 10). Come vedremo innanzi, questo “rapporto particolare”, in Italia ha come soggetti privilegiati baraccati, operai, donne, e piccoli criminali spinti ai margini del processo di modernizzazione post-bellico. È insomma difficile non intravedere la continuità che esiste tra la letteratura sociologica “empirica” italiana del dopoguerra e quella americana degli anni precedenti il secondo conflitto mondiale. E’ vero che le scienza sociale italiana – specie quella “militante” di Ferrarotti o Montaldi – faceva, pur senza esagerare, frequente riferimento a termini come “capitale”, “proletariato urbano” o “conflitto”, saldamente intrecciati col vocabolario marxista e che ciò sia poco frequente nella produzione americana dell’epoca (la New Left statunitense sarebbe arrivata infatti più tardi). Ma è anche vero che le storie di “ribelli” o, a seconda dei punti di vista, “balordi” raccolte per esempio da Montaldi in Autobiografie della leggera denotano una straordinaria e implicita continuità con le pratiche sperimentate nell’ambito della sociologia statunitense, come per esempio, il metodo autobiografico di Thomas e Znaniecki (1920). Il talento di Montaldi, per esempio, sta nell’individuare “storie” – come ebbe a dire Pasolini in una recensione, nel trovare personaggi impegnati in “quel qualcosa di speciale, che è la rievocazione della propria vita” o nella “narrazione del proprio passaggio sulla terra” – e nell’intrecciarle con un’analisi minuta del cambiamento sociale ed economico della terra descritta, la Valle padana. La fine degli antichi mestieri (l’artigiano, il barcaiolo…), la difficoltà a passare da un’attività libera ad una dipendente e l’inurbamento rappresentano tanto le fasi storiche osservate quanto i tratti comuni dei balordi che affollano questa “quasi-etnografia” italiana, la quale – come dice l’autore – “si dà per tema di considerare determinati aspetti dell’uomo contemporaneo, seguito in un ambiente che ha subito un’intensa trasformazione” (Montaldi, 1961, 14). È evidente già in questa dichiarazione d’intenti la vicinanza al tema parkiano dell’“ecologia urbana”, rafforzata dall’attenzione esplicitata altrove per i generi di vita superati che l’ambiente trattiene, nonostante tutti i cambiamenti. In questo ambiente “nuovo” – costituito dalla quella metropoli in formazione che è Milano oppure dai centri minori limitrofi in via d’industrializzazione (Bergamo, Brescia, Cremona) – si realizza l’incontro pieno di tensioni tra immigrati (veneti, siciliani, lombardi delle campagne) e cittadini. 9 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 3. Cosa ci insegna la sociologia critica In particolare Montaldi descrisse questa storia di incontro-scontro tra soggetti urbani e contadini in due libri epocali: Milano, Corea (1960) e Autobiografie della leggera (1961). Entrambi i testi impiegano come metodo di base quella della raccolta di storie di vita, ma il primo intreccia questa tecnica con quella dell’“osservazione”. Mi sembra però che il secondo risulti particolarmente interessante, perché si fonda su storie di vita scritte per intero, o per una parte, dai protagonisti. Come ho già avuto modo di notare, questo metodo mostra certe analogie con quello praticato da Thomas e Znaniecki, alfieri e inventori di quello che possiamo chiamare “metodo autobiografico”. La forza di quest’opera di raccolta di voci marginali ad opera di Montaldi (ma anche di Ferrarotti in Vite di baraccati e di tanti altri impegnati in operazioni analoghe oggi dimenticate) è che essa costituisce un autentico repertorio “concentrato” e “pratico”, non importa se inconsapevole, di concetti formulati dalla sociologia internazionale, ma finiti col diventare astratti e “vaghi” in ragione delle ripetute formulazioni e teorizzazioni. Infatti la voce di questi “autobiografi” – sprovvisti di alcun altro sapere che quello derivante dalla “vita” e dalla sperimentazione “sulla propria pelle” del significato e degli effetti profondi dei luoghi comuni e delle pratiche sociali – mostra senza equivoci la veridicità di concetti come etichettamento o devianza primaria e secondaria. Si veda ad esempio il dialogo con un commissario di polizia, rievocato da Bigoncia, uno degli auto-biografi del libro: 1° E questi (Il commissario) si prese le mie pratiche e poi cominciò a sfogliare e ogni tanto a guardarmi (sembrava che fossi una qualche bestia rara), dopo che ebbe finito di scrutare su quei fogli, mi si rivolse e disse: perché non siete rimasto a Palermo che almeno non sareste più qui a dare seccature, la avevate lavoro qui ora prima di sistemarvi con il ritorno alle vostre amicizie sarete ben presto in Via Iacini (in carcere, N.d.A.), per l’alloggio e per il nostro controllo vi recherete al dormitorio e ogni domenica vi recherete dal maresciallo per il visto e speriamo che abbia buon fine che l’anno venturo abbiate a ritornare nuovamente libero cittadino (che questo a mio avviso difficilmente avverrà) troppo incallito siete al male, difficile riaversi a quest’ora, andate, così fui lasciato, prima di essere rilasciato dagli uffici fui accompagnato nel corpo di guardia e messo a bella vista di tutti gli agenti, mi portarono dal fotografo e mi fecero nuove fotografie ed impronte digitali (e queste erano già la quarta volta che mi venivano prese da quando incominciai la mia conoscenza con la P.S.) su altri fogli mi presero ancora le mie generalità e finalmente fui lasciato libero, dopo più di cinque ore di seduta, così cominciò da quel giorno il mio andare e venire ogni 8 giorni, da quei uffici per la firma del libro di permanenza e sempre sottoposto alla vista e al controllo di nuove faccie, ritornai l’uomo dalla vita equivoca, titubante nel passo, sempre con lo sguardo pauroso di essere sorpreso in una mancanza del regolamento al quale ero sottoposto avvicinavo compagni con poca espansività per paura di essere colto in fallo dai miei persecutori, cercavo sempre di portarmi in luoghi di solitudine… (Montaldi 1961, 416). 10 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Oppure quest’altro passaggio in cui è sostanzialmente narrata l’impossibilità di tornare a vivere una vita “normale”, anche quando sembra finalmente di avercela fatta: 2° Appena che fui rimesso in libertà fu mia premura a rinnovare la carta d’identità, perché durante la carcerazione ero sempre richiesto a Palermo da mia cognato e da mia sorella che volevano dassi fine a questa mie disgrazie volontarie o involontarie e così che abbandonai amici e cercai premura il più presto fosse per all’ontanarmi da Cremona, che così avvenne il il venti di ottobre del 1949 (…) Fu una grande accoglienza da venticinque anni circa che non ci vedevamo, e da ben quindici dovevo raggiungerli, invece trascorsi quasi più della metà in “starpe” (carcere) così dopo tanto venne la nostra desiderata unione dopo gli abbracci e una cena frugale ci coricammo, che mia sorella ebbe premura di preparare dicendo che da anni quell’ottomanna era pronta per ricevermi e che finalmente era venuto il giorno che la dovessi adoperare. Il mattino dopo con mio cognato mi portò alla sua fabbrica di biscotti “Umberto” (…) Giravo con un motorino “Ducati” che avevo in prestito dal fratello di mio cognato, mi passavano le settimane e i mesi come fossero ore, senza nessuna preoccupazione di incontrarmi con gente del mio passato, ossia agenti che mi squadrassero o mi facessero dei fermi, invece rispettato e avvicinato da gente onesta, parlar solo che affari, per me era come essere venuto in un mondo nuovo, non sentire più parlare con quelle parole smezzate dalla “Mala” (…) Nel mese di maggio ai Giardini Inglesi vi fu la festa comunista con la partecipazione dell’On. Paietta con un concorso di pubblico immenso e venne nuovamente l’estate e cominciavo le mie passeggiate alla Favorita al Pellegrino e a Mandello quando alla metà di luglio 1951 una sera che tornai alla casa di mia sorella ebbi una sgradita sorpresa cioè ero invitato alla caserma dei carabinieri della Resuttana per informazioni che mi riguardavano, con sorpresa e meraviglia mi recai alla Caserma in compagnia di mio cognato e la si seppe che dalla Procura generale di Brescia mi si doveva comunicare un anno di vigilanza datomi in sentenza della corte d’appello di Brescia il primo del luglio 1946 così immediatamente mi misero sottoposto agli obblighi della libertà vigilata, vollero sapere dove lavoravo che facevo a Palermo e tante e tante domande (…) Mio cognato assicurò mia sorella che si sarebbe impegnato dal giudice di vigilanza per ottenere che i carabinieri non sarebbero venuti a casa a trovarmi, ma qui non poté ottenere nulla, perché un giudice molto pignolo in questi giorni che stava per poter ottenere questa commessione venne un appuntato e un carabiniere a bussare alla porta, prontamente mio cognato li invitò in casa, protestando perché il maresciallo aveva concesso che non sarebbero venuti a vigilarmi finché non vi fosse risposta decisiva, in risposta da questo appuntato si ebbe: io non conosco ordini superiori, conosco solo che il servizio, per me è un vigilato sono sul mio giro faccio il mio dovere (…) Usciti che furono non mi rimproverò ma mi fece capire che con la mia situazione per lui era una seccatura, non per lui diceva ma col prolungarsi i vicini di casa si sarebbero accorti la venuta assidua di questa gente e che sarebbe successo per il suo decoro, io allora risposi 11 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 che vado dal giudice domani e mi faccio mandare a Cremona… (Montaldi 1961, 411-13) Come si sarà potuto notare, in poche e sgrammaticate righe vengono riassunti i concetti di “carriera criminale” (Becker, 1987), “devianza primaria e secondaria”, “etichettamento” (Lemert, 1981), “stigmatizzazione” e “faccia” (Goffman, 1968; 1970; 1981). Proprio a partire da questa possibilità di rinvenire significati più ampli di quelli letterali o soggettivi, vorrei impiegare Montaldi come autore esemplificativo di un approccio critico e impiegare la sua lezione per riflettere sull’utilità di questo approccio nella ricerca contemporanea. Tornando al testo, notiamo che Bigoncia esemplifica il concetto di carriera criminale7 nel primo dei due stralci, quando narra del poliziotto che alterna alla lettura dei “fogli” – il curriculum criminalis anziché vitae – gli sguardi di biasimo (“sembrava che fossi una qualche bestia rara”, dice l’autore). In quei fogli il commissario leggeva di una infinita collezione di arresti per reati minori, puniti complessivamente con una quindicina di anni tra reclusioni e invii al confino (era infatti gli anni del fascismo). Una catena di reati che ha come antefatti un percorso scolastico tribolato (non per colpa di Bigoncia), un rapporto col lavoro definibile come “leggero” (a causa probabilmente dell’età del giovane, poco più che un bambino al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro in qualità di “garzone”) e il primo coinvolgimento casuale e non voluto in una rissa provocata da un “dritto” con cui si accompagnava e che si conclude con una “segnalazione”. Una “segnalazione” che dovrebbe però essere più correttamente definito uno stigma. Dal momento che diventerà noto alla polizia, infatti, la sua vita ne uscirà stravolta. Lo stigma di deviante o balordo – si legge altrove – si fissa nei tratti fisici e nella psicologia di Bigoncia, sino ad affiorare alla sua stessa coscienza. Egli è consapevole del proprio corpo, del proprio aspetto torvo e “all’erta”, proprio di chi sia costretto a stare sempre attento a chi e a che cosa incontrerà sul proprio cammino, fosse un agente di polizia o un altro pregiudicato pronto a suggerire un nuovo colpo da mettere a segno. Non si tratta ovviamente di una fisicità “naturale”, ossia del naturale aspetto del deviante, come vorrebbe un certo primordiale filone criminologico non del tutto estinto negli anni in cui quelle memorie venivano scritte (e neanche adesso, a ben pensarci. Basti pensare al successo che gli studi sulla genetica, miranti a spiegare i comportamenti attraverso le disposizioni naturali, hanno avuto in questi anni!). Piuttosto è una “costruzione”, il risultato di una lunga confidenza con l’ambiente carcerario e con le sue umiliazioni. In questo testo, del tutto avulso da ogni sofisticazione intellettuale, il corpo del deviante viene dunque implicitamente ricondotto Come è noto, per “carriera criminale” si deve intendere un percorso di devianza dalle alternative individuali di azione previste dal codice penale, che inizia a volte casualmente e vede aumentare progressivamente tanto l’entità dei crimini commessi quanto il grado di coinvolgimento emotivo nell’adesione al ruolo di deviante del soggetto che contraddice le regole. 7 12 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 alla sua reale natura di costruzione sociale. La fisicità, esattamente come la personalità del criminale, non è indipendente dalla struttura entro cui si muove. Entrambi – mente e soma – vengono forgiati da un sistema che, lungi dal disciplinarli veramente, è però in grado di assegnare attributi morali che si trasformano in segni fisici. A questo punto, il deviante è pronto a svolgere la propria missione sino in fondo, anticipato dalla sua immagine carica di segni e significati. Nelle pagine di Bigoncia – lo si è visto nel secondo stralcio – non è inoltre assente la famiglia. Si tratta di un tipo di famiglia particolare, estremamente vicina al congiunto. Per venticinque anni la sorella non rinuncia ai contatti con il fratello, così differente da lei e dal resto dei parenti, che non hanno una tradizione di devianza alle spalle. Al contrario di quello che accade ad altri pregiudicati senza tradizioni familiari di devianza alle spalle, la sorella non abbandona il fratello. Bigoncia continua ad avere per molti anni su chi contare. Non si tratta di un elemento secondario. La presenza di congiunti, infatti, rappresenta una struttura di opportunità fondamentale per non affondare nella vertigine esistenziale che può caratterizzare l’esperienza carceraria. Ma può non bastare. Malgrado la forza dei vincoli che caratterizzano questa esperienza familiare (la sorella di Bigoncia crede infatti ciecamente nella positività della figura fraterna), la necessità di salvaguardare la rispettabilità familiare induce la donna e suo marito a chiedere a Bigoncia di allontanarsi dalla loro casa, almeno sino a che questi non abbia scontato il periodo di libertà vigilata che porta i carabinieri a visitare quotidianamente il loro indirizzo. I familiari, dunque, cercano di salvaguardare quella che in termini goffmaniani chiamiamo “faccia”. Come sappiamo, lungi dall’essere un bisogno unicamente soggettivo, la salvaguardia della “faccia” è un’istanza che caratterizza i gruppi sociali i cui membri siano legati da vincoli talmente forti da far sì che le colpe o i meriti di ciascuno di essi possano essere riversati sugli altri componenti, arrecando danni o comportando vantaggi per la loro immagine e il loro onore. In tal modo, la condizione di pregiudicato smette di essere un fatto individuale ed investe la sfera familiare o collettiva. Alla sanzione giuridica – strettamente individuale – può associarsi perciò la sanzione sociale, che può investire il gruppo più vicino all’individuo chiamandolo “in correo”. La diffusione, l’effettività e il peso di questi automatismi di giudizio – di queste modalità, cioè, di attribuzione di valori e disvalori ad individui e gruppi in seguito al contatto con il sistema giudiziario e penale – hanno un peso che non dovrebbe essere sottovalutato. Essi sono parte integrante del processo di stigmatizzazione che accompagna la sanzione penale e possono costituire elementi d’interferenza nel processo di reinserimento sociale del deviante. L’isolamento che quest’ultimo può sperimentare in certe situazioni coincide infatti con un depauperamento del “capitale sociale” individuale, ossia del patrimonio relazionale, materiale e morale che sostiene i soggetti inseriti in una rete e permette loro di conseguire in parte o integralmente i propri fini oppure di ammortizzare gli effetti derivanti da una congiuntura negativa (Bourdieu 1980, 2-3; Cartocci 2002, 38-45; Pizzorno 1999, 373-394). In quest’ottica la famiglia costituisce generalmente una delle principali voci di tale 13 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 capitale. Il suo dissipamento – ossia l’espulsione dal nucleo familiare registrato in talune biografie (specie quelle dei celibi in età giovanile) – segna un drastico impoverimento del deviante, che, per far fronte ai nuovi bisogni, deve ricorrere a dei surrogati. Escluso spesso dai canali regolari del lavoro (basti pensare all’esclusione dai pubblici uffici che segue molte condanne), senza dimora (almeno nei casi dei “rigettati” dalla famiglia) ed espulso dai normali circuiti della fiducia, il pregiudicato si ritrova spesso dinanzi ad un deficit di alternative. Il genere di lavoro a sua disposizione, infatti, è sovente poco garantito e poco remunerativo, oltre che “in nero”. I depositi monetari a cui attingere per far fronte a periodi di stretta finanziaria sono generalmente limitati o inesistenti. Inoltre la socializzazione secondaria subita in carcere provvede a rimodellare la struttura della personalità, inducendo i soggetti a maturare una percezione del sé deviante e favorendo l’insorgenza di atteggiamenti “innovatori”. In particolare, se la tendenza degli individui è quella di ricreare solidi reti di sostegno, è evidente che la loro ricostituzione – ieri come oggi – sia costretta quasi naturalmente a transitare attraverso le cerchie dell’illegalità, di cui un pregiudicato rappresenta normalmente un nodo, anche soltanto per avere esperito la dimensione carceraria. Dalle testimonianze rese nel corso dagli anni da un certo numero di “scrittori dal carcere”, infatti, emerge il modo in cui lo spazio della prigione livelli e associ le menti e i corpi dei reclusi. La spontanea divisione in “classi criminali” che si afferma nel penitenziario ed induce i ladri o gli assassini ad associarsi prevalentemente tra loro, s’impone sino al punto di divenire una regola e di dissuadere i vertici dall’istituzione dal porre a contatto ravvicinato categorie diverse di criminali. E’ in queste condizioni che può maturare uno strano tipo di orgoglio, connesso all’entità del crimine commesso, al numero di anni di pena assegnati, al numero di penitenziari visitati, alla dimensione della scorta assegnata per il trasferimento da un istituto ad un altro e così via (Bozzi, 1972, 8-12; Stern, 2003). Allo stesso modo delle professioni normali e blasonate, l’orgoglio del criminale sta nella forza del proprio curriculum. Un curriculum esibito da principio solo coi pari – diremmo i colleghi, se solo stessimo parlando di comuni lavoratori – la cui menzione dinanzi a qualche membro onesto della società procurerebbe probabilmente imbarazzo e vergogna; e infine mostrato indistintamente con lo scopo di impressionare o minacciare gli astanti, quando non vi è ormai nessuno di veramente prossimo che sia contemporaneamente al di fuori della cerchia malavitosa. Si assiste allora ad una cooptazione da parte dell’universo criminale, che assume per il deviante una funzione di protezione. Più che altro, tale universo fornisce al nuovo deviante un “ambiente” all’interno del quale muoversi, in condizioni di relativa sicurezza (almeno sino a che la polizia o degli incidenti tra i membri del gruppo non rendono instabile l’ambiente). I “quartieri di malavita” in questa economia relazionale, ieri come oggi, interpretano un ruolo fondamentale. In primo luogo è interessante notare come soggetti accomunati da precedenti giudiziari tendano ad essere concentrati all’interno delle medesime aree urbane. 14 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Ancora, è rilevante notare la funzione interpretata da questi spazi nella produzione e riproduzione del crimine. Dentro i quartieri, infatti, si instaura il sapere criminale: ossia quella struttura composita di valori e saperi necessari per la produzione continua di attività illegali. Venendo al primo dei suddetti punti, la concentrazione di pregiudicati all’interno di quartieri di edilizia popolare oppure di centri urbani storici si spiegava, e può continuare a spiegarsi in parte, col fatto che la maggior parte dei pregiudicati dediti a certe attività criminose – furto, rapina, estorsione, spaccio di stupefacenti, piccole truffe e reati violenti in genere – condividono in genere uno status socioeconomico basso e dunque anche i requisiti necessari ad accedere all’edilizia popolare. Allo stesso modo – nelle situazioni in cui le amministrazioni locali sono meno attive sul fronte assistenziale ed hanno assegnato una piena delega al mercato immobiliare per regolare e fronteggiare la pressante richiesta di immobili da parte di certe categorie sociali – a livellare e concentrare i soggetti è il reddito. In questi ultimi contesti, il trasferimento delle classi medie all’interno di aree residenziali (o comunque diverse dai centri storici) determina una parziale o completa omogeneizzazione degli spazi urbani interessati dalla loro fuga. In conseguenza a tale livellamento si assiste in genere ad un drastico ridimensionamento dei servizi e delle attività commerciali presenti in zona. Il basso potere di acquisto delle classi popolari inibisce la creazione di nuovi negozi e favorisce la chiusura di altri (Park, 1925; Gans, 1962; Clark, 1965; Ferrarotti, 1970; Amendola, 1976; Venkatesh, 2000; Freeman, 2006; Grana, 2006). La trascuratezza che caratterizza di frequente tali aree segna il loro deprezzamento economico e morale, inducendo l’opinione pubblica a considerarle come aree pericolose e di vizio. In conseguenza di questo livellamento – che riduce la pressione ad intervenire – il controllo sociale formale diventa più rado e si manifesta solo occasionalmente e in modi eclatanti; per esempio sotto la forma d’improvvise e, per dimensioni, ragguardevoli retate che garantiscono alle forze dell’ordine visibilità mediatica, ma che sono al contempo prive di efficacia sostanziale nel debellare le ragioni profonde della criminalità. In questi contesti, generalmente, l’autorità pubblica finisce con l’essere percepita come una presenza terza e nemica. Giudicato spesso assente o inefficace sul fronte del sostegno alla povertà, poco presente nel mantenimento e nella cura dell’ambiente e per giunta svelto nel recludere figli, fratelli e mariti, lo stato e le sue propaggini ideologiche e materiali non godono normalmente di popolarità nei quartieri ad alta densità criminale. Piuttosto, come ebbe a notare proprio Montaldi in Milano, Corea (1961, 109-10) descrivendo una di queste aree urbane, fra gli abitanti vige di solito “uno spirito di corpo esclusivo, che non evita loro comunque di riuscire a clamorosi litigi, e la formazione di sottogruppi avversi nello stesso villaggio di residenza (…) Si sentono come i rifiutati tra una popolazione che è già dominata dal problema del lavoro, dall’ottenimento dei sussidi, ecc.”. In queste zone, insomma, “vive una comunità solidale ed unita contro le autorità, saldata nello stato di miseria”. In questo ambiente – ben diverso da quello dei quartieri della classi medie, dove tipologie d’impiego e redditi conseguiti spingono gli 15 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 abitanti verso stili di vita apparentemente pacifici, che consumano e relegano i “vizi” nel privato (Dal Lago e Quadrelli, 2003) – chi vi cresce continua a maturare un’identità che è al crocevia tra valori divergenti. I valori “normali” e “ufficiali” – quelli che per comodità espositiva possiamo definire della “probità” – non sono qui naturalmente sconosciuti. Le famiglie non sono tutte dedite ad attività criminali o informali e, soprattutto, non è escluso che molte di esse desiderino per i figli un futuro improntato alla “rettitudine”. Nelle scuole dell’obbligo che tutti i giovani frequentano, per l’intera durata del corso o solo per una parte, i medesimi principi di conformità vengono loro presentati e insegnati. Ma dall’altra parte vi è la realtà del quartiere, i cui valori e pratiche non è detto che debbano coincidere con quella della famiglia. La realtà del marciapiede è piuttosto quella dei discorsi minacciosi e rancorosi captati per strada sin dalla più giovane età, delle macchine bruciate, delle risse di fronte scuola. Una realtà in cui i concetti di giustizia e dignità sono presenti, ma non coincidono con quelli del mondo “borghese”. E’ la realtà in cui s’impara il modo di bruciare un’autovettura, di assalire il nemico, di comunicare col corpo ciò che non è sufficiente dire con le parole. I due mondi e i rispettivi principi – la realtà “normale” contrapposta a quella “del quartiere” – convivono nella stessa persona. Per meglio dire, la persona è spesso cosciente di quel che si dovrebbe fare (diciamo, di quel che si dovrebbe fare per non finire nei guai), ma preferisce comportarsi “nell’altro modo”. In questo senso la devianza non è un problema d’ignoranza, di mancata conoscenza del mondo “normale”. Quest’ultimo, infatti, è lì di fronte agli occhi. E’ impossibile non conoscerlo: è il mondo della scuola, dei figli di papà, dei paurosi che si piegano alle disciplina, di quelli che rifiutano lo scontro fisico. Il mondo del giovane deviante – che rimarrà, almeno in parte, il mondo del deviante tout court – è invece il mondo del confronto violento, del piacere derivante dall’essere prevalso su un avversario identificato come tale per motivi a volte futili. E’ il mondo delle narrazioni su personaggi mitici finiti in carcere per avere commesso “qualcosa di grosso” e degli onori attribuitigli nel momento del loro ritorno in libertà. In questo confronto tra culture di classe, non vi è veramente scontro. In biografie di questo tipo, spesso, la scelta non è mai davvero un dilemma. Piuttosto l’adesione al modello avviene da sé; s’impone alla coscienza sotto la forma di simpatia per un modello che risponde a una logica per molti versi ancestrale, che non necessita di sofisticate elaborazioni. Non offrire l’altra guancia, infatti, é molto più naturale che il suo contrario. Appropriarsi furtivamente di ciò che suscita desiderio è molto più facile che resistere alla pulsione di acquisirlo. La volontà negativa – ossia quel esercizio della volontà che inibisce il compimento di certe azioni (il rubare, l’uccidere, etc.) – necessita di un addestramento di tipo particolare e per nulla “naturale”. Coincide più col dover essere che con l’essere. Sono evidenti le ragioni per cui in assenza di questo duro addestramento, dell’ambivalenza dei valori acquisitivi che fanno pure parte della “normalità” e in presenza di un atteggiamento generale piuttosto tollerante nei confronti di certi comportamenti, le pratiche che il sistema sociale dominante definisce come devianti o criminali suscitino immediatamente consensi e adesioni presso certi gruppi sociali. Non vi è 16 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 infatti niente di altrettanto forte e attraente da contrapporre ad esse. Il lavoro normale coincide con la povertà, la remissività con la sottomissione. In questa rappresentazione soltanto il gruppo d’appartenenza o al massimo gli amici non debbono essere oggetto di azioni predatorie. Ma gli altri – quello che sono esterni alla rete di relazioni o al quartiere – sono quasi unicamente il “campo da coltivare”, lo spazio naturale in cui si espleta quell’attività lavorativa che le vittime definiscono crimine.8 Di più, crimine e attività informali sono atti di “resistenza”, ovvero manifestazioni di rifiuto di quel destino di subalternità e sfruttamento che il mercato del lavoro, spesso irregolare, riserva a chi è sprovvisto di titoli e qualifiche. Malgrado il rifiuto che questa e simili letture della resistenza talvolta generano, in quanto visioni essenzialmente romantiche sui poveri (Stoler, 1986; Abu-Lughod, 1990; Ortner, 1995), vi sono pochi dubbi che il rifiuto degli impieghi legali o la mobilità tra occupazioni regolari e criminali sia il frutto di un certo modo di rappresentazione del mercato del lavoro e delle prospettive disponibili (peraltro non difforme da quanto gli studi sullo sviluppo locale suggeriscono) (Bourgoise, 2003). In questi ambienti fisici e morali la violenza (o la mimica rituale di essa) serve talvolta a regolare i conti, ma le controversie minori tra gli adulti vengono usualmente risolte per vie pacifiche. Le regole, in un contesto del genere, sono presenti e non sono sostanzialmente diverse da quelle del mondo “normale”; soltanto, non valgono in assoluto. Solo fuori dal quartiere, infatti, prevale la logica della predazione. E spesso non vi è vera cattiveria: certe pratiche, semplicemente, fanno parte della divisione del lavoro. Non a caso, nella percezione di molti devianti “di professione”, l’attività criminale è percepita come un lavoro. Chi ha avuto contatti con il mondo della malavita meridionale sa bene che non è raro sentire il ladro di macchine palermitano o il truffatore napoletano (stereotipicamente, quello specializzato nel gioco delle tre carte o nella sostituzione delle buste) riferirsi alle rispettive attività come ad un lavoro. In parte ciò costituisce senz’altro un “aggiustamento” – una reazione alla condanna morale che sanno pendere sul loro capo – ma è anche l’espressione di una personale Weltschaung, con la quale si rivendica il diritto di tutti a sopravvivere in qualche modo.9 In questo contesto non è difficile intravedere la relazione intercorrente tra crimine e struttura socioeconomica. Ma é certamente una relazione spuria e con evidenti contraddizioni. Chi devia è spesso povero (o relativamente povero), ma la povertà non è sinonimo di devianza. E difatti molti devianti non sono poveri (basti pensare ai crimini dei colletti bianchi). Gli atti vandalici – crimini “espressivi” per definizione – accomunano per esempio tanto i giovani rampolli annoiati della borghesia che i giovani sottoproletari di periferia. Lo spaccio di stupefacenti, Cfr. Sutherland (1983) ed il classico concetto dell’“associazione differenziale”. In questa sede è interessante notare la validità che alcuni concetti mantengono nel tempo. Una carattere che ha probabilmente origine nella capacità esplicativa delle tecniche di ricerca e in una sorta di staticità essenziale dell’oggetto. 9 Anche in questo caso il riferimento è “classico”: cfr. Matza (1976) e la sua descrizione delle “tecniche di neutralizzazione”. 8 17 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 ugualmente, è un tipo di reato che attraversa le classi sociali longitudinalmente ed ha, a seconda delle motivazioni di chi lo commette, valenze differenti. Può essere un reato espressivo nella misura in cui è associato ad uno stile di vita (assumere droghe) ed è compiuto per procurarsi gli stupefacenti senza doverli pagare (come avviene nel caso del piccolo spaccio di droghe leggere, dove il guadagno non è monetario ma è costituito da quel che avanza della partita di droga ceduta). Lo stesso reato, tuttavia, può essere compiuto per ricavare dei mezzi di sussistenza e, infatti, non sono rari i casi di spacciatori di droghe pesanti che vendono le sostanze senza essere tossicomani. Ancora, la situazione di bisogno che soggiace al compimento di un reato strumentale potrebbe essere occasionale e non protrarsi ad infinitum nei suoi caratteri di urgenza. Tuttavia, nella misura in cui un soggetto afflitto in una certa stagione della propria biografia da impellenti bisogni finanziari (tesi per esempio a garantire da vivere per se e per propri figli) continui a deviare e a non cercare occasioni di guadagno onesto, è possibile ipotizzare che gradualmente alla natura strumentale dei crimine si affianchino motivazioni espressive. Si può cioè ritenere che chi delinqui per lunghi periodi o addirittura per sempre lo faccia perché delinquere gli piaccia in fondo più che lavorare. In alcuni casi questo è probabilmente vero. Ma abbiamo anche visto che il piccolo criminale professionale – chiamiamo convenzionalmente in questo modo il deviante di lunga durata, che abbia avuto incontri per lo meno saltuari col sistema penale – percepisce il mondo “normale” come effettivamente escludente e pregiudizievole. Non vede alternative reali e trova più conveniente continuare a delinquere perché i proventi di un’attività onesta non gli garantirebbero redditi adeguati (Saitta, 2010a). Altri – quelli che in effetti delinquono strumentalmente, sull’onda della necessità e riescono a non incappare nelle maglie della giustizia – alternano i periodi di illegalità a quelli di regolarità, entrando e uscendo dal mercato secondario del lavoro (quello delle mansioni inferiori, spesso “in nero”) (Sbraccia, 2004). 4. Eziologia del crimine e trattamento: ieri e oggi Da quanto affermato sopra deriva che inquadrare rigidamente il fenomeno della devianza in termini di cause ed effetti continua a non essere molto produttivo, per lo meno in termini generali. Esistono probabilmente relazioni tra condizioni di deprivazione collettiva e diffusione di cultura deviante, ma questo non significa che i soggetti esposti a questa combinazione materiale e morale delinquano automaticamente; così come è valido il contrario: chi non è cresciuto in ambienti criminali e deprivati può ad un certo punto intraprendere una carriera deviante. Ciò forse significa che il fenomeno della devianza mostra, oggi come ieri, caratteristiche composite, soggettive ma non completamente indipendenti dal contesto sociale di appartenenza. Con questo non si vuol dire che non esistano gruppi sociali più a rischio di altri, ma che le generalizzazioni possono risultare alquanto fallaci e che spesso in effetti lo sono. Basti pensare in questo senso ai racial profiles impiegati dalle polizie di mezzo mondo, per cui alcuni individui – in 18 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 ragione delle loro caratteristiche fisiche, etniche o nazionali (essere per esempio neri, arabi, zingari o romeni) – sono da considerarsi sospetti e hanno elevata possibilità statistica di essere sottoposti a fermi o a controlli se presenti in certe aree urbane (per esempio in prossimità di quartieri residenziali, banche o aeroporti). Com’è evidente, devianza e controllo sociale rappresentano due facce della stessa medaglia. L’una, infatti, non esisterebbe senza l’altra. Era cosi negli anni in cui i tardi chigagoani, gli etnometodologi e gli interazionisti iniziarono a cimentarsi con queste tematiche e sembra che continui ad esserlo anche oggi. Il problema delle generalizzazioni, pertanto, resta fondamentale perché è connesso non tanto all’ordine quanto al problema dei diritti di libertà. Soprattutto al diritto soggettivo di non essere oggetto di discriminazioni più o meno gravi, tanto meno di carattere “preventivo”. Come ha notato De Giorgi (2000, 85 sgg.), la crisi della società del lavoro e l’apparizione di modalità produttive postfordiste – consistenti nel superamento dei ruoli lavorativi classici e nella diffusione di lavori atipici e poco garantiti – ha favorito il diffondersi di nuove aree d’insicurezza e d’incertezza. In questo quadro, “la questione sociale diventa spesso questione criminale e la giustizia sociale giustizia penale” (Id. 2000, 86). E non mancano d’altra parte “imprenditori morali” che alimentano l’insicurezza sociale a fini propagandistici ed elettorali, alimentando campagne mediatiche, sovrastimando i dati relativi alla criminalità comune, varando leggi “manifesto” di scarso impatto sostanziale ma di sicura presa emotiva sulle fasce sociali più deboli e spaventate. In concomitanza si assiste ad una riduzione degli interventi “trasformativi”. A causa del sovraffollamento delle carceri, della riduzione di finanziamenti per i progetti e, in fondo, anche per un certo scetticismo che attraversa parte degli attori responsabili del sistema carcerario, si riduce l’efficacia della funzione riabilitativa della pena, che era una conquista dell’apparato giuridico europeo. In contemporanea, “si produce uno spostamento del controllo: quest’ultimo fuoriesce dal carcere come luogo specifico, disperdendosi nell’ambiente urbano e metropolitano” (Id. 2000, 34). Il controllo e la sorveglianza, in altri termini, diventano totali, grazie soprattutto ad un uso pervasivo e disinvolto di tecnologie “antiche” (la polizia in divisa e in borghese, l’intelligence, la celere) e “nuove” (le telecamere nelle strade, il controllo della corrispondenza elettronica e dei tabulati telefonici, dei database, dei numeri IP dei server telematici, etc.) (Parenti, 2003; Rosen, 2005). Tuttavia il fatto che il controllo diventi “totale” non significa che esso investa tutti i soggetti nello stesso modo. Piuttosto, sembra limitato ai nodi dell’interazione sociale; a quegli scambi, cioè, che avvengono all’interno di gruppi più o meno marginali, definiti “a rischio” (gruppi politici, compagini sociali e culturali antagoniste o alternative, discoteche, quartieri, etc.). In questo contesto si fa sempre più strada un modello “attuariale” di sicurezza, fondato sul rischio e la probabilità che determinate categorie possano dar luogo ad attività devianti e trasgressive di una certa idea di ordine, improntata per lo più ad una rigida estetica di classe (particolarmente evidente con riferimento agli spazi urbani, sempre più preda di processi di gentrification e policing) (Wacquant, 1999) . 19 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 5. Riepilogo Per tornare alla domanda d’avvio, cosa è dunque cambiato nel modo della società e della sociologia di guardare ai problemi della devianza e della criminalità? E che mutamenti sembrano effettivamente esserci stati nei comportamenti e nelle tipologie devianti odierne? In prima battuta si può forse rispondere a queste domande notando che vi sono state molte trasformazioni – interne tanto alla comunità scientifica che ai modi della devianza – ma che nonostante ciò sono rimasti intatti i nodi centrali della questione. In primo luogo è rimasta intatta la richiesta di sicurezza, malgrado la riduzione del numero dei reati rispetto non solo rispetto agli anni settanta, ma anche e soprattutto ai secoli scorsi (Wacquant, 2003). L’oggettiva sicurezza delle società europee contemporanee non è percepita dagli individui, comprensibilmente sensibili più alla propria esperienza/percezione che alle statistiche o alla storia. Né del resto è mutata la generale tendenza degli organi d’informazione e dei competitori elettorali di aggrapparsi alla cronaca nera, rispettivamente per riempire pagine connotate spesso da un forte pathos e per aggiungere temi di sicura presa al carnet delle offerte politiche.10 Questo tipo di esposizione – impensabile nelle società pretelevisive – diffonde e rinforza ansie e stereotipi legati alla supposta insicurezza delle aree urbane, radicati in particolare tra i gruppi sociali più deboli (soprattutto tra anziani e individui con bassa scolarità) e tra le donne di classe media (Pitch e Ventimiglia, 2001). Abituata a considerare la sicurezza in termini di visibilità delle forze dell’ordine nelle strade e in termini di arresti, parte dell’opinione pubblica si rivela sensibile alle azioni eclatanti e per così dire “tangibili”. Come si è già notato, maxi-retate, presidi delle forze dell’ordine nelle zone urbane centrali, azioni di contrasto nei confronti degli attori devianti più evidenti e lesivi di una certa idea di decoro legata allo spazio (prostitute, accattoni, tossicodipendenti, venditori ambulanti di origine extracomunitaria e irregolari) sono alcune delle azioni di imposizione dell’ordine che destano generalmente l’attenzione di coloro che si definiscono “impauriti”. Di frequente, questa parte di società giudica i Si tratta di una esposizione saltuaria, che conosce però apici d’intensità in certe stagioni: specificamente in prossimità delle elezioni. Ed è un tipo d’informazione e di propaganda politica che seleziona altamente anche le tipologie criminali da sottoporre al vaglio del pubblico. Sembra infatti che le cronache locali e nazionali, oltre che molti programmi elettorali, preferiscano occuparsi più della criminalità comune che di quella organizzata. Più volte, nel corso degli anni duemila, la commissione parlamentare antimafia ha per esempio denunciato il calo della attenzione giornalistica e politica relativamente al tema delle mafie. Ciò significa probabilmente che il pubblico percepisce in modo maggiore l’esistenza di taluni crimini più che altri e può, per giunta, andare incontro a serie distorsioni cognitive. Ricerche classiche, del resto, suggeriscono che “la stampa può, nella maggior parte dei casi non essere capace di suggerire alle persone cosa pensare, ma essa ha un potere sorprendente nel suggerire ai propri lettori intorno a cosa pensare" (Cohen 1973, 13, corsivo mio). O ancora che “l'assunto fondamentale dell'agenda-setting è che la comprensione che la gente ha di gran parte della realtà sociale è mutuata dai media" (Shaw 1979, 96). 10 20 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 programmi di promozione sociale o “secondari” o “inutili”. Molti cittadini ritengono infatti che sia necessario prima sradicare il crimine e poi tentare d’intervenire in altro modo, per quanto l’esperienza mostra che non manchino gli scettici, convinti dell’inutilità di qualsiasi altra risposta che non sia il carcere duro (o addirittura la pena di morte).11 D’altra parte, le risposte da parte delle agenzie di controllo non sono sempre “sostanzialmente” e “simbolicamente” adeguate alle aspettative, anche per oggettivi problemi economici. La crisi economica e sociale che attanaglia molti stati, tra cui l’Italia, è infatti oggettiva. Per restare alle vicende nazionali, le autorità italiane di polizia a partire dalla prima metà degli anni duemila hanno a più riprese lamentato che le automobili in dotazione girassero col serbatoio pieno per metà e che mancassero persino i fondi necessari a sostituire le gomme usurate. Probabilmente altre spese – non escluse quelle militari – hanno finito con l’assorbire una parte di liquidità che avrebbe potuto essere spesa altrimenti sul “fronte interno”. In questo quadro, come si è già notato, le attività di controllo del territorio fisico diventano da un lato più rade, ma più eclatanti. Per cui vi è una minor presenza fisica dei tutori dell’ordine (si pensi ad esempio al “poliziotto di quartiere”, un istituto che esaurisce probabilmente la sua funzione nella dimensione simbolica e che è, tuttavia, alquanto raro) ma vi sono sortite occasionali e ampiamente pubblicizzate12 negli spazi pubblici, dove la devianza è visibile e l’intervento più facile. Sono esemplari in questo senso le ricorrenti operazioni denominate “Vie libere” – consistenti sostanzialmente nel fermo e nell’espulsione delle prostitute extracomunitarie irregolarmente residenti, esercitanti la propria attività lungo le strade dei centri italiani – oppure le operazione dei fine settimana dentro e fuori le discoteche. Sui significati profondi e sulla considerazione comune della pena nella società contemporanea, v. Cioppi e Coluccia (2003). Peraltro, il genere di considerazione della criminalità e delle soluzioni possibili che descrivo più su assomiglia molto a quella diffusa in epoche passate. Penso in particolare agli anni del fascismo, evocati non di rado nei discorsi delle classi popolari e medie meridionali. Il rimpianto per l’efficacia e la rapidità dei mezzi impiegati dal fascismo per “ripulire le strade dai delinquenti” o la nostalgia per l’epoca “in cui era possibile lasciare aperte le porte di casa” è infatti ben viva nelle generazioni più anziane e anche molti giovani sembrano condividere quantomeno lo spirito di queste affermazioni. Difatti non sono rari anche in questa parte di popolazione i commenti infastiditi sul gran numero di stranieri presenti sui mezzi pubblici, poniamo, di Genova, Milano o Roma, accompagnati da preoccupati riferimenti agli scippatori, ai borseggiatori o agli spacciatori sudamericani, marocchini e in misura minore anche italiani (Dal Lago e Quadrelli 2004). 12 Sul rapporto di sudditanza che lega le redazioni dei quotidiani agli uffici stampa della polizia, cfr. Saitta (2010b). Secondo questa ricostruzione, i quotidiani agiscono spesso come meri diffusori di “veline” lanciate dai responsabili della comunicazione delle questure e hanno abdicato da tempo a qualsiasi funzione di verifica e critica dei “fatti” giudiziari. Insomma, in relazione ad oggetti quali l’immigrazione o la criminalità i media appaiono impegnati nella costruzione di percorsi affabulatori autoreferenziali (ancorché legati a particolari interessi politici), essenzialmente volti a confermare i valori sociali e, dunque, le aspettative dei fruitori così come si sono costituite a partire dal discorso prodotto dai media stessi (Maneri, 2009). 11 21 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Non mancano comunque alcuni interessanti paradossi. Aumentano infatti le attività telematiche – meno costose in termini di risorse fisiche da impiegare (autovetture, trasferte, etc.) – e quelle di prevenzione e indagine condotte attraverso l’impiego di tecnologie (telecamere, cimici, braccialetti elettronici…). In queste condizioni il venir meno delle risorse necessarie a scendere nelle strade e realizzare il progetto di una “polizia di prossimità” non segna paradossalmente un allentamento del controllo sociale; semmai una sua intensificazione e generalizzazione tramite l’impiego di tecnologie a basso costo di gestione.13 Se si considerano infatti l’interesse mostrato dalle agenzie di controllo per i “reticoli”14 e l’impiego massiccio che questi ultimi fanno di mezzi di comunicazione intercettabili (cellulari, posta elettronica, internet), risulta evidente che la porzione di società posto sotto osservazione è tendenzialmente superiore a quella costituita dai “devianti in senso stretto”.15 Nonostante le evidenti trasformazioni nei mezzi di controllo ed anche nelle tipologie di reati commessi, si può dunque notare come – per lo meno nella sostanza – molti importanti elementi siano rimasti immutati nel tempo. Addirittura, intrinsecamente uguali alle descrizioni di Per un’analisi più approfondita, cfr. Prina (2003) ed i già menzionati Cioppi e Coluccia (2003). 14 Francamente inquietante, in questo senso, il contributo di Corona (2003) apparso recentemente sulla “Rivista del Sisde”. Sostiene ad esempio l’autore che: “È necessario in altre parole comprendere che è ormai possibile, da un lato, immergersi nel CyberSpace ed analizzare direttamente tendenze sociali, scenari di crisi, situazioni investigative, partendo proprio dall'analisi delle fonti aperte (Open Source); dall'altro, migliorare gli strumenti investigativi a disposizione per effettuare tali analisi, ricorrendo a tecniche e modelli già affinati ma non ancora finalizzati per tale scopo. L'applicazione dei metodi sociometrici consente di estrapolare le informazioni correlate atte a descrivere il reticolo discriminato. Si riemerge pertanto e si ritorna alla dimensione reale con un nuovo supporto analitico-decisionale di grande potenza connettiva (…) Lo studio sulle reti deve uscire dai confini accademici e diventare uno strumento efficace nelle mani dell'analista”. 15 Ciò è emerso chiaramente nel 2002, allorché l’università di Cosenza fu colpita dagli arresti di ricercatori e dottorandi sospetti di collusione con ambienti dell’eversione rossa. I protagonisti di queste vicende furono prontamente rilasciati, ma è interessante ricordare che si giunse a quei provvedimenti dopo mesi di osservazione della corrispondenza e della navigazione di queste persone, saldamente inserite nei circuiti nazionali e internazionali della ricerca universitaria. In quell’occasione, centinaia di e-mail scambiate dai sospetti con altrettanti colleghi sparsi per il mondo furono sottoposte al vaglio degli inquirenti. Ancora, diviene fondamentale in questo quadro la distinzione tra gruppi “formali” e “informali”. Nel contesto considerato propongo di considerare del primo tipo le organizzazioni strutturate, per esempio di tipo politico oppure criminale (organizzazioni dichiaratamente eversive di destra e di sinistra oppure la mafia). Appartenenti secondo tipo, invece, mi sembrano i gruppi nonstrutturati: potremmo dire le aree “culturali”, accomunate da certi segni esteriori, da un certo gusto estetico e da atteggiamenti intellettuali tra loro simili, che tuttavia non danno compiutamente vita né ad una “ideologia” né, tanto meno, ad un’organizzazione. 13 22 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Bigoncia rammentate precedentemente. Certo, il sistema penale è diventato più garantista e gli abusi dovrebbero essere meno frequenti. Tuttavia il ricorso alla violenza con funzione dissuasiva rimane tra le pratiche in uso, come dimostrano gli scontri di piazza registrati a Napoli e a Genova, in cui, oltre a soggetti più o meno impropriamente armati, sono rimasti coinvolti boy-scout e rappresentanti del mondo cattolico. Allo stesso modo, molte testimonianze narrano di come i fermi di polizia a carico di giovani in possesso di modiche quantità di stupefacenti siano puntualmente accompagnati da pestaggi (si pensi ai casi di Uva, Cucchi o dell’italo-ghanese Emmanuel Foster) oppure di come gli scontri tra forze dell’ordine e occupanti di case e centri sociali talvolta non si traducano in denuncie o siano sottaciute solo perché caratterizzati da evidenti e dimostrabili abusi da parte delle forze dell’ordine.16 Poco sembra essere sostanzialmente cambiato anche in altri aspetti che connotano il trattamento della devianza e che sono stati sopra ricordati. Per esempio la gogna non esiste più, ma è stata sostituita dall’esposizione a mezzo stampa. Non è più direttamente il corpo del colpevole o dell’imputato ad essere esibito, ma la sua immagine. In tal modo sono evitati tanto il ludibrio che gli oltraggi fisici al colpevole da parte di una platea inferocita e vendicativa, ma rimane inalterata quella funzione primitiva connessa alla pena che è la pubblicità del volto del criminale. Attraverso quella forma di “spettacolo” rappresentata non più dalla scena del supplizio o della berlina ma dall’esposizione mediatica, il corpo e la pena tornano a intrecciarsi. Se con la scomparsa dello spettacolo del supplizio anche la presa sul corpo aveva preso ad allentarsi (Foucault 1976, 12), con la televisione e la diffusione della stampa quotidiana il corpo – per lo meno quello “riflesso” dell’immagine – ritorna in campo. La tecnologia aggira così la coscienza giuridica del 1700-1800 che aveva ritenuto l’efficacia della pena derivante “dalla sua fatalità, non dalla sua intensità visibile” (Id., 1976, 11) e aveva pertanto sottratto il corpo alla punizione. I servizi televisivi che mostrano l’arrestato nel momento di salire sull’automobile della polizia mentre due agenti lo tengono saldamente ai lati, oppure l’esposizione delle fotografie Nel corso di esperienze ed osservazioni personali condotte all’interno aree antagoniste del meridione, ho potuto notare come talvolta in queste situazioni agli squatter viene contestata solo l’occupazione e gli attori coinvolti (polizia e occupanti) – al termine di negoziati ristretti a pochi rappresentati di una parte e dell’altra, svolti di solito per mezze frasi – stabiliscono di sottacere le violenze per evitare reciproche accuse foriere di esiti giudiziari assai incerti. In queste situazioni può capitare: a) che venga contestato al gruppo degli occupanti soltanto il reato minore (l’occupazione di uno spazio pubblico dismesso), b) che nel corso delle udienze processuali si recano testimonianze bonarie o quantomeno non troppo enfatiche relative allo svolgimento dei fatti (basate su una narrazione “distesa”, sull’omissione di particolari o una pretesa amnesia imputabile al tempo trascorso), c) che gli imputati vengano scagionati perché il fatto non costituisce reato (considerate l’assenza della volontà di lucrare sugli immobili e le finalità tutto sommato “civiche” del gesto di ridare vita a uno spazio cittadino abbandonato). In ogni caso, capita che le prevaricazioni operate talora dalla polizia vengano taciute dalle vittime per evitare di aggravare la propria situazione e che la polizia non infierisca troppo nel corso delle dichiarazioni rese dinanzi ai magistrati. 16 23 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 dei colpevoli di un reato sui quotidiani locali, assolvono esattamente la funzione di mostrare il corpo senza che questo vi sia realmente. Forse adempiono al bisogno catartico e voyeuristico del pubblico di assistere a rappresentazioni di dolore e a quello didattico e dissuasivo delle istituzioni di ricordare alle masse cosa accade a chi violi la legge, senza però intaccare davvero la persona fisica. Vediamo in tal modo che tanto lo “spettacolo” del corpo quanto lo stigma restano nel tempo elementi essenziali per il trattamento della devianza. E’ infatti evidente che la pubblicità della pena attraverso i media (anche quella che ricorre in occasione per esempio dei fallimenti di imprese) ha la funzione di “far correre la voce”, ossia di danneggiare la reputazione e la “faccia” del reo. In questo non vi è nulla di nuovo ed è in fondo anche molto simile a ciò che un neo-comunitarista come Etzioni (2003, 37 sgg.) propone: ossia contrassegnare con un cartellino chi ha commesso un crimine, per etichettarlo, responsabilizzarlo e, soprattutto, per evitargli l’ingresso in prigione, senza tuttavia rinunciare alla pena (costituita in questo caso dall’etichetta di deviante appiccicata letteralmente alle vesti). Chi appare nella cronaca nera come autore di un qualsiasi delitto, difatti, avrà presumibilmente una platea più o meno larga – corrispondente quantomeno alla sua rete di conoscenze personali e a quelle dei “vicini” in senso fisico con cui però non intrattiene una relazione vera e propria – che ricorderà per molto tempo l’evento e impiegherà le impressioni tratte da esso per definire tra sé e sé quella persona. La summenzionata proposta di Etzioni di stigmatizzare la persona attraverso un marchio da esibire fa certamente effetto (ricorda per esempio il trattamento riservato dai nazisti agli ebrei), ma almeno per una parte non differisce troppo dall’attuale sistema fondato sulla circolazione e distruzione dell’immagine e della faccia del reo. 17 Anche sul fronte scientifico esistono segni di continuità col passato. La diffusione e presenza di approcci attuariali o neocomportamentisti18 per l’interpretazione del crimine mostra la continuità con gli approcci sistemici parsonsiani o con quelli lombrosiani, incentrati su una rappresentazione sostanzialmente clinica ed epidemiologica del crimine. La sfiducia di una certa criminologia “neoconservatrice” nella D’altra parte non appare plausibile neanche una radicale privatizzazione della pena o, più in generale, della relazione tra cittadini e giustizia. Basti pensare agli effetti del Patriot Act statunitense e all’impiego delle carceri di Guantanamo per rendersene conto: centinaia di cittadini di nazionalità araba oppure autoctoni sospettati di contiguità col mondo dell’eversione islamica sono stati prelevati senza alcuna forma di pubblicità e, in contraddizione col principio dell’habeas corpus, lasciati languire in prigione con motivazioni preventive e cautelative (sarebbe a dire in assenza di prove e, piuttosto, in presenza semplici sospetti o illazioni). In questo momento nessuno è in grado di dire con certezza quante persone sono recluse nelle carceri americane per ragioni connesse fondatamente o meno al terrorismo. In queste condizioni non è agevole prendere una posizione ed esprimere una preferenza per la privatizzazione o pubblicazione della pena; qui mi limito a constatare solo le continuità nel modo di trattare la devianza. 18 Si vedano, per esempio, Wilson e Kelling (1982) oppure Van De Haag (1977). Per una rassegna esauriente sui testi e le argomentazioni di questi autori e di altri più recenti impegnati a riprodurne le argomentazioni, v. De Giorgi (2000, 46 sgg.) e Ciardiello (2004). 17 24 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 funzione terapeutica dell’intervento sociale pubblico, l’applicazione della rational choice alla devianza e le distorsioni che possono probabilmente derivare dall’impiego di un’ottica che sostanzialmente guarda al criminale come ad un soggetto impegnato in un razionale calcolo dei costi e dei benefici, la teorizzazione e il conseguente impiego dei profili ai fini dell’incapacitazione selettiva, la preferenza per lo “stato minimo” e la privatizzazione del sistema penale (una realtà statunitense, che prima o poi verrà probabilmente importata in Italia) sono approcci che, di nuovo, in senso stretto hanno poco (Harcourt, 2007). Piuttosto sembrano modi di interpretare e neutralizzare le ragioni della devianza fondate su logiche addirittura ancestrali. Sullo sfondo si intravede infatti un pensiero “semplice”, monocromatico. Un modo di rappresentare la realtà incentrato decisamente sui toni forti, sul bianco e sul nero, anziché sulle sfumature. Un approccio, in altri termini, decisamente normativo e affatto comprendente, che frantuma la realtà in parti nette. Una versione aggiornata e neanche troppo laica del manicheismo, insomma, che può esser compreso quando è fatto proprio dalla politica, ma che muove perplessità quando assume le forme della scienza. In un quadro del genere – caratterizzato in fondo dalla staticità (relativa tanto alle cause che alla logica che caratterizza il trattamento della devianza) – si ha come l’impressione che lo spazio a disposizione di una sociologia “critica” sia rimasto in fondo immutato. Per lo meno se definiamo come tale una sociologia indipendente, non aprioristicamente schierata dalla parte delle istituzioni, che persegue finalità conoscitive e democratiche più che strumentali (che non collabori cioè attivamente a progetti politici unilaterali e non sia embedded) e che intende comunque essere “utile”, svelando i limiti dei processi di sviluppo, rendendoli noti all’opinione pubblica e al mondo politico, oltre che, in modo autoreferenziale, alla comunità scientifica. In questo senso, mi sembra che la lezione dell’inchiesta sociale italiana svolta tra gli anni cinquanta e settanta sia essenzialmente un promemoria per le generazioni successive di studiosi, che vale la pena di rammentare periodicamente e tenere a mente. Scendere più spesso nelle strade, verificare con i propri occhi le condizioni di vita degli universi marginali vecchi e nuovi, sporcarsi le punte delle scarpe, recuperare il piacere e l’esperienza umana dell’inchiesta sociale, mostrare le contraddizioni dei processi di mutamento sociale e svelarli dinanzi alla platea dei lettori, potrebbero costituire gli elementi di un dogma “laico”. L’unico che forse potremmo pretendere di seguire oggi. 25 Quaderni di Intercultura Anno II/2010 ISSN 2035-858X DOI 10.3271/A15 Riferimenti bibliografici ABU-LUGHOD L. (1990), “The Romance of Resistance: Tracing Transformations of Power through Bedouin Women”, American Ethnologist, 17, pp. 41–55. AMENDOLA G. (1976), La comunità illusoria. Disgregazione e marginalità urbana: il borgo antico di Bari, Mazzotta, Milano. ARONSON R. (1987), Sartre's Second Critique, University of Chicago Press, Chicago. BARZANO L., PRINA F. (1995), Sociologia della devianza, Nis, Roma. BECKER H. (1963), Outsiders. 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